Milano – Se c’è una cosa che la fotografia deve cogliere è l’umanità del momento. Proprio come la canzone. Ma l’essenziale è invisibile agli occhi perché nella vertigine dei tempi, verrebbe da dire (con Saint-Exupéry), si vede bene solo coi sentimenti. Così, le “Foto mosse” inserite da Arisa nell’album in uscita venerdì prossimo provano a cogliere questa indeterminatezza dell’animo umano con 14 “scatti” che l’interprete lucana racconta nello studio di Soundcheck (video in arrivo domani), nell’attesa di varare il 20 maggio a Civitanova Marche un viaggio nelle sue canzoni destinato a tenerla sulla strada fino a dicembre.

Parlando di fotografia, Enri Cartier-Besson diceva che la nitidezza è una un fatto borghese. Non lascia niente all’immaginazione. Lei come la pensa?
“In realtà ‘Foto mosse’ nasce dalla considerazione che ogni istante della vita sia parte di un flusso, di un divenire ininterrotto, mentre la fotografia ne trattiene soltanto un frame. Per questo che, anche quando appare immobile, l’immagine conserva sempre un suo movimento, come se custodisse il prima e il dopo di quel che mostra. L’affermazione di Carter-Besson, a mio avviso, è legata ad una certa idea di coerenza. Quell’atteggiamento che s’impone chi rifiuta il cambiamento, pretendendo di rimanere fedele in modo granitico a sé stesso. Questo, a mio avviso, è un atteggiamento borghese”.
Il disco esce venerdì prossimo dopo cinque anni di silenzio discografico.
“Già, venerdì 17 aprile. Per questo ho fatto al disco pure il suo piano astrale: Ariete, impulsivo, diretto, non filtra niente, anche quando sarebbe forse il caso di contare fino a dieci”.

Quarto posto a Sanremo, terzo nella serata delle cover. Terzo miglior risultato in sette partecipazioni da big. Soddisfatta?
“Tantissimo. Sono felice innanzitutto perché, da artista un po’ claustrofobica, non pensavo che sarei tornata al Festival. Dopo i no delle passate edizioni, ero convinta che non fosse più il mio posto. Però, mi sono rimboccata le maniche e ho creato un nuovo staff di lavoro dicendomi che nulla finisce finché non è veramente finito. E lentamente, grazie anche alla tv, ho risalito la china”.
Il testo di “Non mi mancherai” dice “Nessun dolore, non è la Madama Butterfly”. Nella sua vita privata s’è mai sentita un’eroina piccinina come Mimì, Tosca o Turandot?
“No, piuttosto ad un certo punto ho temuto di diventare la Medea di Cherubini, donna che ama tanto, ma è indotta da questa sua passione anche a fare tanto male. Sono riuscita, però, a fermarmi in tempo, perché non si può arrivare a tanto”.
A proposito a proposito di sbagli, ne “Il tuo profumo” dice “quando mi sento sola divento un mostro, sono una tipa difficile, do fuoco a tutte le pagine”. Quali sono le pagine che le dispiace di aver bruciato?
“Nessuna”.

Piromane che senza sensi di colpa.
“Piromane consapevole che certe pagine andavano bruciate per poter ricominciare. Sono fatta così, riparto sempre da zero. Mamma dice che sono una bambina intrappolata in un corpo da adulta”.
E il mostro che nasce dalla solitudine?
“Divento mostruosa innanzitutto con me stessa, impuntando l’isolamento al fatto che non sono brava, che non mi so comportare, che non valgo niente. Che sono la persona peggiore del mondo. Mi basta, però, incrociare lo sguardo di due occhi luminosi e passa tutto. La vita spesso cambia in un attimo”.