Gli Usa blindano Hormuz, quindici navi bloccano il traffico. L’Iran: “Rimpiangerete questi prezzi”. Trump: “Teheran ci ha chiamato, vuole negoziare”

Roma, 14 aprile 2026 – Donald Trump sfida la comunità internazionale. Da ieri alle 16, ora italiana, lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato. E se il tycoon accusa l’Iran di ricattare il mondo, dall’altra parte sottolinea che è il mondo ad avere bisogno dello Stretto, non gli Stati Uniti. Una partita spinosa, in cui le dichiarazioni del presidente americano, come spesso accade, più che aiutare complicano il quadro. In uno dei suoi consueti post su Truth, Trump ha annunciato il blocco: “Non possiamo permettere all’Iran di ricattare il mondo”, ha scritto, ricordando la scadenza del cessate il fuoco fissata al 21 aprile e avvertendo che, senza un accordo, “non sarà piacevole”. Più tardi, parlando alla Casa Bianca, ha aggiunto: “Le persone giuste ci hanno contattato, vogliono lavorare a un accordo”, pur ribadendo che Washington punta a impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare.

Sul piano operativo, almeno 15 navi americane, secondo il Wall Street Journal, sono state schierate nello stretto per bloccare qualsiasi imbarcazione diretta ai porti iraniani. Il Centcom ha chiarito che il dispositivo si applicherà “alle navi di tutte le nazioni” dirette o provenienti dalle coste iraniane: quelle non autorizzate potranno essere intercettate, dirottate o sequestrate. Resta invece garantita la libertà di navigazione per le rotte verso porti non iraniani. Ad ogni modo, la Bbc riferisce di aver identificato quella che sembra essere la prima nave ad attraversare lo Stretto di Hormuz da quando gli Usa hanno imposto il blocco. Secondo i dati di tracciamento navale di MarineTraffic, la portacontainer Paya Lebar era diretta a Dubai, negli Emirati, dopo essere partita dall’India.

Trump ha accompagnato l’annuncio con toni durissimi: “Se una qualsiasi delle navi veloci si avvicina al nostro blocco, verrà eliminata con lo stesso metodo che usiamo contro i narcos: rapido e brutale”. Parole che alimentano il rischio di escalation. Teheran ha definito il blocco “illegale” e “pirateria”, avvertendo che qualsiasi minaccia ai suoi porti provocherà una risposta regionale più ampia. Anche Israele, con Benjamin Netanyahu, sostiene la linea dura e avverte che la tregua potrebbe finire “in brevissimo tempo”, mentre sia l’Idf sia le forze iraniane hanno alzato il livello di allerta. I Volenterosi continuano a scaldare i motori per la possibile missione navale di assistenza, con due obiettivi principali: sedare le ire di Trump contro i pavidi alleati europei e garantire un rapido crollo dei premi assicurativi applicati dalla compagnie ai vascelli non appena la navigazione potrà riprendere. Parigi e Londra si stanno muovendo in tandem. La Francia, ha annunciato Emmanuel Macron, organizzerà con la Gran Bretagna “nei prossimi giorni” una conferenza con i Paesi “pronti a contribuire a una missione multinazionale pacifica”.

Sul terreno, la presenza militare è imponente: oltre alle unità di superficie, sono impiegati mezzi per operazioni di abbordaggio e di scortare le navi commerciali. Lloyd’s List segnala un nuovo rallentamento del traffico, con inversioni di rotta, mentre Trump sostiene che 34 navi abbiano comunque attraversato Hormuz domenica. L’Iran paventa un boomerang economico: “Rimpiangerete i prezzi di oggi”.

Sul fronte diplomatico, lo stallo resta. Gli Stati Uniti chiedono il congelamento dell’arricchimento dell’uranio per vent’anni, mentre Teheran propone un periodo più breve. Mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia lavorano a un nuovo ciclo di negoziati prima della scadenza del 21 aprile. “La porta non è ancora chiusa”, assicurano fonti regionali.