Ci sono un’etichetta e un codice di comportamento anche per i grandissimi, gli intoccabili, i cosiddetti mostri sacri. Annunciato come uno dei nomi più attesi della stagione di Canzonissima – il suo contributo era stato inserito anche nella presentazione della trasmissione – Riccardo Cocciante si è presentato solo alla quinta trasmissione e programma inoltrato per eseguire meravigliosamente Il cielo in una stanza al pianoforte. Poi salutato e se ne è andato.
La (non) presenza di Riccardo Cocciante
Nessuna interazione con i colleghi. L’annuncio di Milly Carlucci, che un po’ per giustificare e un po’ per coprirsi dice che sarà anche alla finale di sabato prossimo con Margherita non suona come consolatorio. “Questa sera ha un impegno” taglia corto la conduttrice mentre Cocciante si imbuca dietro le quinte e se ne va.
È un’immagine che racconta Canzonissima meglio di qualsiasi altra: un grande che arriva tardi, canta bene una delle canzoni più belle del repertorio italiano dedicata a un altro gigante che ci ha lasciato poche settimane fa, e poi sparisce. Con il massimo rispetto per chi il programma l’ha scritto e pensato, e poi anche promosso, la televendita è riuscita male. E certe cose vanno sottolineate. A parte questo…

La puntata e il tema
Il tema della quinta serata è “La canzone che avrei voluto scrivere”. Ogni artista sceglie un brano di un altro autore che sente come proprio, qualcosa che poteva nascere dalla sua penna, un brano che ha invidiato. È sicuramente uno dei temi più interessanti della stagione perché obbliga i cantanti a dire qualcosa di preciso su se stessi: quale canzone ti appartiene anche se non l’hai scritta?
Canzonissima chi ha cantato cosa
Le risposte sono state variegate e non sempre convincenti. Malika Ayane ha scelto Nel blu dipinto di blu di Modugno definendola il secondo inno nazionale italiano —ha sbagliato qualche parola, ma si è divertita e si è sentito un’esibizione leggera e davvero empatica.
Michele Bravi ha scelto I migliori anni della nostra vita di Renato Zero affrontando il confronto con un gigante senza alcuna paura di restarne schiacciato: “Se proprio devo affogare, affogo nell’acqua alta.” Bravo.
Irene Grandi ha fatto anche di più: ha scelto Albachiara di Vasco. Lei con il rocker ha un rapporto speciale, molto personale: Vasco Rossi ha scritto per lei e ha sempre detto che ci sono poche donne che possono stare su un palco in Italia senza scimmiottare le rockeuse perché lo sono già. E lei è una di queste. Brava, bravissima: giusto l’omaggio della platea che le ha dedicato la standing ovation più emozionante della serata.
Fabrizio Moro ha portato Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano e ci ha entusiasmato: un po’ perché Fabrizio ricorda tanto Gaetano soprattutto nella profondità di alcuni testi che vanno spiegati e interpretati solo fino a un certo punto. La loro grandezza sta nel sottotesto. E poi perché si vedeva proprio che questa era la sua canzone.
Persino i Jalisse, che a oggi non hanno mai completamente convinto, hanno azzardato un rischio incalcolabile con una versione impressionante di Vacanze romane dei Matia Bazar con Alessandra Drusian che non ha sbagliato un acuto. Arisa ha scelto Nei giardini che nessuno sa di Renato Zero e l’ha pagata con l’emozione: occhi lucidi, qualche parola saltata, testa che scuote al ritorno del ritornello. Sa di non essere stata perfetta, ma di Arisa amiamo anche questa consapevolezza un po’ storta. Ci ricorda la sua esibizione a Sanremo con Grignani quando alla fine di una canzone tutta mangiucchiata e imprecisa dice al collega… “mi sa che abbiamo fatto un casino”.
Vittorio Grigolo ha scelto Perdere l’amore di Massimo Ranieri ed è stato troppo esuberante — ma il brano si presta e il pubblico ha gradito: la giuria meno. Ma il più coraggioso in assoluto è stato Enrico Ruggeri, ultimo in ordine cronologico (e non fatichiamo a capire il perché). La meravigliosa A muso duro di Pierangelo Bertoli — canzone che andrebbe insegnata nelle scuole – contiene per ben due volte la parola masturbazione. Ruggeri la canta con la consapevolezza di chi se ne frega e vuole semplicemente fare quello che vuole. Può permettersi questo e altro.
Ospite della serata è stata Serena Rossi, con un monologo su Napoli e una versione di Reginella di Libero Bovio. Francesca Fialdini ha omaggiato Loretta Goggi con Maledetta Primavera.
Il vincitore e la polemica on line
La vittoria è andata a Leo Gassmann con Un senso di Vasco Rossi. La vittoria è stata accolta con soddisfazione dalla giuria e dal pubblico. On line invece il giudizio non è stato un plebiscito. Un po’ perché il povero Leo porta il peso del cognome che ha. E i commentatori seriali non perdonano. Avesse cantato con una voce da tenore gli avrebbero criticato quello, canta con un pochino di graffio nella voce – più che una imitazione sembra un omaggio alla versione originale – e i puristi di Vasco, gente che prima del concerto del loro cantante non vogliono vedere sul palco nessuno e hanno cacciato a insulti e bottigliate fior di musicisti, non gli perdonano nemmeno quello. Forse non era la cosa migliore della serata. Ma è stata una esecuzione francamente onesta.
Con questa vittoria Gassmann stacca il pass per la finale del 25 aprile, dove si sfiderà contro Il mio canto libero di Fabrizio Moro, La leva calcistica della classe ’68 di Arisa, Caruso di Vittorio Grigolo e La notte ancora di Arisa presente con due brani nella serata decisiva.

Canzonissima, le pagelle della quinta puntata
Malika Ayane — Nel blu dipinto di blu: 8
La scelta giusta per la voce giusta. L’arrangiamento pop/musical è suo e lo gestisce con levità. Qualche parola sbagliata che non fa notizia quando il rapporto con il brano è così naturale.
Fabrizio Moro — Ma il cielo è sempre più blu: 8
Il Rino Gaetano di Moro è viscerale e pertinente. Tra tutti i cantanti di questa edizione, è quello che trasforma i brani degli altri nel modo più istintivo. Vince la serata sul piano della credibilità anche se non vince il voto.
Jalisse — Vacanze romane: 8
Alessandra Drusian è perfetta, cristallina. Una canzone meravigliosa che è costata calci nei denti a fior di cantanti e che – ci aveva confessato in una intervista la splendida Laura Valente (voce dei Matia quando Antonella Ruggiero se ne andò) fa tremare le vene dei polsi ogni sera. Presentati a Canzonissima con la sensazione di essere più orpello e riempitivo che contenuto, se ne vanno con una prestazione da incorniciare che merita di essere sottolineata come una delle più convincenti di tutta la rassegna.
Enrico Ruggeri — A muso duro: 8
Arriva sul palco con una canzone difficilissima, pesante, imponente con la predisposizione di chi alla fine del matrimonio sul prete che dice “andate in pace” fa scoppiare un petardo in chiesa. Ha la nonchalance di chi è lì non perché ci tenga ma perché gli piace l’idea di essere fuori dal coro. Ruvido, scontroso, a muso duro anche lui. A chi scrive è piaciuto. Molto. Anche se sono certo che se avesse potuto scegliere avrebbe voluto cantare Psychokiller dei Talking Heads, o Walking on the Wild Side di Lou Reed, o Intruder di Peter Gabriel.
Irene Grandi — Albachiara: 8
Il rock mood su Vasco è esattamente quello che ci si aspetta da lei. Scendere in platea per finire il brano tra il pubblico è una mossa istintiva e corretta. Standing ovation meritata. Voce viscerale e precisa, impressionante la naturalezza con cui affronta i momenti più critici di una canzone che tutti vogliono cantare e pochissimi possono permettersi di farlo. Una delle migliori interpretazioni di questo brano in senso assoluto.
Riccardo Cocciante — Il cielo in una stanza: 7,5
Un omaggio a Gino Paoli eseguito con rispetto e misura. Seduto al pianoforte, spezza il testo in modo delicato, lascia che il finale cresca da solo. Applauso doveroso. Poi sparisce prima della fine della puntata, il che è un peccato (e meriterebbe un voto a parte) ma non cambia il valore dell’esibizione che è da masterclass.
Michele Bravi — I migliori anni della nostra vita: 7
Inizio lento, poi il cantante trova il filo del brano e lo porta a casa con più personalità di quanto ci si aspettasse. Il confronto con Renato Zero che potrebbe risultare impietoso sulla carta diventa meritevole sul palco.
Vittorio Grigolo — Perdere l’amore: 6
Troppo ridondante anche se questa canzone si sceglie solo perché si è in grado di cantarla così. Tuttavia l’intensità molto naturale e organica di perdere l’amore di Ranieri non aveva alcuna necessità di essere amplificata.
Arisa — Nei giardini che nessuno sa: 6
Due Renato Zero in una stagione sono un investimento emotivo che si paga. L’emozione tradisce la tecnica — qualche parola saltata, qualche incertezza nella seconda strofa. Voce magnifica, serata non al massimo delle sue capacità ma francamente Arisa si ama anche per queste spiegazzature che la rendono normale e vicina.
Leo Gassmann — Un senso: 6
Vuole dimostrare qualcosa e ci riesce solo in parte. Ma non per la voce graffiata o per qualche esitazione iniziale, ma solo perché questa canzone non si adatta perfettamente a una interpretazione che doveva essere meno imitativa e più personale.
Fausto Leali — La valigia dell’attore: 5,5
Porta il brano più complicato della serata e forse anche il meno noto per un repertorio da sabato sera nazional-pop. Il capolavoro di De Gregori si veste di soul ma non convince fino in fondo e anche lui è un po’ più opaco del solito.
Elettra Lamborghini — Tanti auguri: 4,5
Tanti auguri di Raffaella Carrà è un brano che non perdona le incertezze tecniche perché è fatto quasi interamente di ritornello e ritmo. Lamborghini è incerta in più punti, invoca un problema tecnico che forse c’è stato, forse no — ma non basta. Serata difficile.
Milly Carlucci — 7
Gestisce una puntata densa con la consueta eleganza. Il momento Cocciante — annunciare che ci sarà anche alla finale prima che lui se ne andasse — è involontariamente il più divertente della serata.
La Giuria – 4
Non capiamo la necessità di parlarsi addosso e pensare sempre di dire la cosa più intelligente della serata. Sono sette, ne sarebbero bastati tre, meno verbosi e più controllati. Danno sempre l’impressione di avere il telefonino sotto il bancone con il quale chiedono a Chat GPT “dimmi cosa posso dire di intelligente su questa canzone e sul suo autore…”. Devono avere la versione free.