La separazione tra Barbara D’Urso, nel frattempo passata a tempo determinatissimo in Rai come concorrente di Ballando con le Stelle, e Mediaset è stato sicuramente uno degli episodi più traumatici degli ultimi anni.
Era stato Pier Silvio Berlusconi in persona a ridurre lo spazio in onda della conduttrice che si era vista tagliare la prima serata di Live Non è la D’Urso, un prologo di quello che sarebbe successo di lì a poco con la conclusione di Pomeriggio 5. Nel frattempo sono passati tre anni.
Barbara D’Urso e Mediaset, frattura insanabile
In queste ultime settimane ci sono state molte voci su questa vicenda: alcuni hanno scritto di pretese economiche notevolissime da parte di Barbara D’Urso che avrebbe voluto almeno due prime serate tutte per sé. E di cifre davvero importanti. Decine di milioni di euro corrisposti dalla rete prima che il rapporto si chiudesse, e male.
A distanza di tre anni esatti dalla fine della collaborazione Barbara D’Urso ha deciso di uscire allo scoperto e lo ha fatto con un messaggio su X spiegando che intanto porterà Mediaset in tribunale e poi ci saranno testimonianze importanti per reggere la sua tesi e una sontuosa richiesta danni.
“Leggo cifre inventate e pretese inesistenti, ma presto dirò la verità sulle vere motivazioni che mi hanno estromesso da Mediaset” ha scritto Barbara D’Urso sui suoi account social ufficiali.
Cosa contesta Barbara D’Urso
Le accuse costruite dai legali della conduttrice si muovono su tre binari distinti. Il primo è economico: Barbara D’Urso sostiene di non aver mai ricevuto i diritti d’autore dovuti per i programmi firmati come autrice nel corso di sedici anni di collaborazione.
Il caso più rilevante riguarda Live non è la D’Urso, il talk show di prima serata andato in onda tra il 2019 e il 2021, di cui la conduttrice rivendica la titolarità creativa e quindi il diritto a un compenso che non sarebbe mai arrivato. Gran parte del peso è su quel titolo che la citava in prima persona. Ma anche sulle repliche ancora disponibili su Mediaset Infinity, la piattaforma streaming della rete che consente la visualizzazione di tutta la library.
Linea editoriale imposta
Il secondo binario è quello delle ingerenze editoriali, ed è il più esplosivo. Secondo la ricostruzione dei legali, Barbara D’Urso avrebbe avuto l’obbligo contrattuale di sottoporre preventivamente l’elenco degli ospiti di tutte le sue trasmissioni all’approvazione delle produzioni di Maria De Filippi e Silvia Toffanin.
Se questa ricostruzione fosse confermata, racconterebbe una gerarchia interna a Mediaset profondamente diversa da quella percepita dall’esterno: a scegliere non sarebbero i dirigenti, ma gli equilibri determinati dalle conduzioni. E in particolare si evidenziano non tre conduttrici con pari dignità editoriale, ma una struttura in cui alcune produzioni esercitavano un controllo sulle altre.
Il terzo fronte riguarda un post pubblicato nel marzo 2023 sul profilo ufficiale Qui Mediaset, contenente dichiarazioni che la D’Urso giudica ingiuriose. L’azienda ha sempre sostenuto di essere rimasta vittima di un hackeraggio. Ma le scuse non sono mai arrivate.

Le smentite: De Filippi, Toffanin e Mediaset
Le reazioni all’azione legale sono state immediate e convergenti nel respingere le accuse, ma arrivano da fronti diversi — il che vale la pena tenere presente.
Fascino, la società di produzione che fa capo a Maria De Filippi, ha smentito con nettezza l’esistenza di qualsiasi lista di ospiti: nessuna indicazione o filtro preventivo su nomi da coinvolgere o escludere sarebbe mai partita dalla società o dalla conduttrice, nemmeno per le trasmissioni di D’Urso. Stessa posizione da fonti vicine a Verissimo: nessuna indicazione, nessun veto, nessun coinvolgimento nella selezione degli ospiti di altri programmi.
L’avvocato di Mediaset Andrea Di Porto ha definito l’intera azione legale basata su una ricostruzione strumentale e non corrispondente alla realtà, aggiungendo che le pretese risarcitorie della conduttrice sono del tutto infondate.
Sul fronte economico, fonti interne all’azienda hanno precisato che D’Urso avrebbe incassato, solo attraverso i contratti, una cifra vicina ai trentacinque milioni di euro nel corso degli anni di collaborazione, a cui andrebbero sommati gli introiti legati alla raccolta pubblicitaria. Sulla fine del rapporto, la versione di Cologno Monzese è precisa: nel 2023 sarebbe stata proposta alla conduttrice la prosecuzione di Pomeriggio 5, ma il rinnovo non si sarebbe concretizzato perché D’Urso avrebbe richiesto la conduzione di due prime serate, giudicate incompatibili con le esigenze di palinsesto.
Due ricostruzioni indubbiamente distanti. Il tribunale avrà il compito di stabilire quale sia più aderente ai fatti.
La dichiarazione e quello che cambia
La mossa di D’Urso su X sposta il tono della vicenda. Non è più solo una causa silenziosa combattuta tra legali: è un confronto che lei ha deciso di portare anche nello spazio pubblico, con il linguaggio diretto dei social. La formula usata — cifre fantastiche, pretese inventate, verità in arrivo — suona come una promessa. Non una difesa, ma un attacco che si preannuncia.
Quella frase chiude tre anni di riserbo calcolato. D’Urso era uscita da Mediaset nel dicembre 2023 con un post celebrativo sui social, parole di gratitudine per quindici anni di Pomeriggio 5 e nessuna spiegazione. Poi Ballando, poi Domenica In, poi il silenzio. Ogni volta che qualcuno le chiedeva del passato, rimandava a un futuro in cui la verità sarebbe venuta a galla. Adesso quel futuro ha una scadenza.
Cosa racconta la lite Barbara D’Urso-Mediaset
Il caso D’Urso-Mediaset interessa non per la dimensione economica della disputa — che resta ignota nei suoi contorni precisi — ma per quello che mette in discussione. Il rapporto tra un volto televisivo e l’azienda che lo ha costruito è quasi sempre asimmetrico: il programma porta il nome del conduttore, ma la proprietà intellettuale appartiene a chi finanzia la produzione. Dove finisce il contributo creativo e dove inizia il lavoro dipendente è una linea che il diritto italiano non ha ancora tracciato in modo definitivo, e che cause come questa possono contribuire a ridefinire.
Il tema delle ingerenze editoriali, invece, apre un discorso più scomodo. Se anche una sola delle affermazioni contenute nell’atto di citazione dovesse rivelarsi fondata — non necessariamente quella sulle liste di approvazione, ma anche solo quella relativa a una gerarchia non dichiarata tra le produzioni — racconterebbe qualcosa di preciso su come funziona un sistema televisivo che si presenta come plurale ma che nasconde rapporti di forza ben definiti.
Il livello dello scontro
D’Urso ha scelto di non risolvere la questione in privato. Ha scelto il tribunale, e poi i social. Quella scelta trasforma la causa in qualcosa di più simile a una dichiarazione di intenti. Quello che dirà il giudice è imprevedibile. Quello che D’Urso ha già detto — con i documenti depositati e con quella frase su X — è già nel dominio pubblico, e non tornerà indietro.