Roma, 4 maggio 2026 – Sopralluogo della polizia Scientifica, stamattina, nella casa della famiglia Di Vita a Pietracatella per prelevare tutti i dispositivi elettronici (cellulari, computer, tablet e chiavette usb) appartenuti a Antonella Di Ielsi, 50 anni e a Sara Di Vita, 15 anni, mamma e figlia morte avvelenate con la ricina subito dopo Natale. L’intervento è stato disposto dalla procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, titolare dell’inchiesta per duplice omicidio premeditato. Le operazioni vengono svolte da personale specializzato arrivato da Roma insieme agli uomini della Squadra Mobile di Campobasso con modalità idonee a non alterare lo stato dei luoghi sotto sequestro.
Gli ultimi sviluppi e le tappe della vicenda
Nuovo sopralluogo in casa
Dopo la rimozione dei sigilli gli agenti sono entrati nell’abitazione consentendo la partecipazione anche ad un rappresentante per ognuna delle dieci parti coinvolte, 5 medici indagati e 5 parti offese, parenti delle due vittime). Tutti hanno dovuto indossare dispositivi idonei ad evitare la contaminazione della scena: tuta protettiva e altri accessori. Le operazioni, tutte videoriprese, saranno svolte dal personale specializzato “con modalità idonee a non alterare lo stato dei luoghi sotto sequestro”.
Per la prima volta gli esperti della Scientifica provenienti da Roma hanno fatto il loro ingresso nella casa che custodisce il mistero della ricina, sotto sequestro da più di quattro mesi. Da fine dicembre in quelle stanze non è entrato più nessuno salvo un’unica eccezione, nel marzo scorso, quando a Gianni e Alice Di Vita, il papà e la figlia sopravvissuti, fu consentito, accompagnati dagli agenti, di tornare solo per pochi minuti, il tempo necessario per prelevare alcuni vestiti.
I reperti, così come già accaduto per lo smartphone sequestrato il mese scorso ad Alice Di Vita, saranno poi consegnati al laboratorio digitale della procura di Campobasso per le successive attività di acquisizione forense che la procura delegherà con un atto a parte. Anche dai nuovi dispositivi elettronici prelevati saranno poi estratti tutti i dati come chat, messaggi e altre attività utili a ricostruire i mesi precedenti la morte delle due donne e risolvere il giallo della ricina.
Di Vita ancora in questura: sentito per 5 ore
L’attività di indagine va avanti anche con le audizioni in questura delle ‘persone informate dei fatti’ e solo oggi si è appreso che due giorni fa, in gran segreto, è stato nuovamente sentito anche Gianni Di Vita. Il suo ascolto, stando a quanto trapelato da fonti investigative, è avvenuto nella massima riservatezza negli uffici della questura. Si è trattato di una deposizione abbastanza lunga, almeno 4-5 ore. L’ex sindaco, che è parte offesa nel procedimento, ha risposto a molte domande degli investigatori così come aveva già fatto quattro mesi fa, subito dopo la tragedia, e a inizio aprile. Nei prossimi giorni potrebbero essere risentiti anche gli altri familiari delle vittime.
La svolta dall’autopsia
La svolta nelle indagini è arrivata dall’esame autoptico, che ha stabilito la morte per “grave intossicazione da ricina”. I medici legali hanno confermato l’ipotesi dell’avvelenamento, individuando nel corpo delle due donne tracce di ricina, una sostanza altamente letale, che colpisce gli organi metabolici provocando un blocco delle funzioni vitali entro 48-72 ore dall’ingestione, mentre in un primo momento si era ipotizzata un’intossicazione alimentare o virale.
L’ipotesi è che la ricina sia stata sciolta nell’acqua che le donne hanno bevuto. Ma chi e perché lo avrebbe fatto.
Le “due flebo” sotto la lente e le tensioni tra parenti
Gli investigatori, che indagano per un possibile omicidio volontario plurimo, non escludono un presunto avvelenamento in due tempi, legato a “due flebo” che sarebbero state somministrate in casa a madre e figlia da un amico, poco prima del ricovero.
Al setaccio anche la vita privata delle vittime, si indaga su tensioni o contrasti tra parenti, comprese eventuali relazioni sentimentali passate.
I nodi da sciogliere
Restano però ancora diversi punti oscuri in quello che è diventato il giallo della ricina, a partire da come è stata ottenuta la sostanza velenosa. Il processo di raffinazione della ricina richiede infatti un ambiente di laboratorio, particolare che suggerisce un avvelenamento premeditato e sofisticato.
Resta anche da individuare il movente: chi poteva volere la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita? E per quale motivo? Intanto proseguono senza sosta le indagini continuano con interrogatori a tappeto e con la richiesta di proroga per ulteriori accertamenti tecnici.