Continuano senza sosta le indagini sul duplice omicidio di Pietracatella, il piccolo centro del Molise sconvolto dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, di appena 15 anni. Le due donne erano decedute a fine dicembre dopo un misterioso malore e, a distanza di settimane, gli esami hanno confermato la presenza di ricina nel sangue delle vittime.
Da quel momento l’inchiesta ha subito un’accelerazione. Gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso hanno ascoltato oltre cento persone tra parenti, amici e conoscenti della famiglia, nel tentativo di ricostruire gli ultimi giorni di vita delle due vittime e individuare chi possa aver somministrato il veleno.
Secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, l’attenzione degli inquirenti si starebbe concentrando su una ristretta cerchia di sospetti. Alcune fonti parlano di un possibile movente già individuato, che porterebbe le indagini soprattutto all’interno dell’ambito familiare. Altre piste, però, non sarebbero ancora escluse e gli investigatori continuano a verificare diverse ipotesi.
Nel mirino degli accertamenti ci sarebbero in particolare cinque persone che avrebbero avuto contatti con Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni immediatamente precedenti al malore.
La pista della ricina artigianale e le audizioni dei familiari
Uno degli elementi centrali dell’inchiesta riguarda proprio la ricina, il potente veleno che sarebbe stato ottenuto in modo artigianale dai semi della pianta del ricino, presente anche nel territorio del basso Molise. Gli investigatori stanno cercando di capire chi possa aver avuto accesso alla sostanza e soprattutto con quali modalità sia stata somministrata alle vittime.
Nelle ultime ore sono stati ascoltati anche alcuni zii della famiglia Di Vita, mentre proseguono le convocazioni in Questura a Campobasso. Le testimonianze raccolte fino a questo momento avrebbero fatto emergere alcune incongruenze nei racconti relativi ai giorni dell’avvelenamento.
Lo scorso 30 aprile era stato interrogato per circa cinque ore anche Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, ascoltato come persona informata sui fatti. L’uomo, assistito dal proprio legale, ha dichiarato di non avere nemici e di non riuscire a spiegarsi chi possa aver voluto colpire la sua famiglia.
Durante l’audizione avrebbe inoltre escluso qualsiasi conflitto interno alla famiglia, smentendo anche possibili tensioni tra la moglie e una cugina, già ascoltata più volte dagli investigatori.
Cellulari, chat e router wifi: la tecnologia può dare risposte
Una svolta importante potrebbe arrivare dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati nella casa della famiglia. Gli investigatori stanno esaminando cellulari, chat, cronologia delle ricerche online e dati relativi agli spostamenti dei dispositivi, nella speranza di trovare elementi utili per chiarire quanto accaduto.
Grande attenzione anche ai router wifi dell’abitazione. Secondo gli inquirenti, i dispositivi potrebbero aver registrato connessioni utili a stabilire la presenza di determinate persone nella palazzina nei giorni cruciali dell’avvelenamento.
Si tratta di verifiche considerate fondamentali perché potrebbero confermare o smentire alcune dichiarazioni raccolte durante le audizioni. L’obiettivo della Procura è ora quello di stringere il cerchio sui possibili responsabili e capire quale sia stato il reale movente dietro un delitto che continua a lasciare sotto shock l’intera comunità di Pietracatella.
L’articolo Mamma e figlia avvelenate con la ricina, gli investigatori stringono il cerchio: spunta un possibile movente proviene da Blitz quotidiano.