Roma, 22 maggio 2026 – C’è una preoccupazione che attraversa i Consigli regionali italiani, e arriva da Bruxelles. La Conferenza delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome ha lanciato l’allarme sulle ipotesi di riorganizzazione delle strutture della Commissione europea dedicate alla politica di coesione, che a loro avviso rischierebbero di indebolire il presidio europeo a tutela dei territori. A firmare la presa di posizione sono il coordinatore della Conferenza, Antonello Aurigemma, e il delegato al Coordinamento Affari europei, Gianpietro Comandini, che parlano apertamente di “crescente preoccupazione”. Dietro la formula istituzionale si annida l’ipotesi di ridisegnare – o addirittura accorpare – la Direzione generale per le politiche regionali, cosiddetta DG Regio.
Cosa succede a Bruxelles
La DG Regio è la struttura che governa i fondi strutturali, su cui poggia l’intera politica di coesione: parliamo di risorse che valgono circa un terzo del bilancio settennale dell’Unione, con 392 miliardi di euro destinati alla coesione nel periodo 2021-2027. Tradotto: è la cassaforte da cui passano gran parte degli investimenti europei sui territori. A confermare che qualcosa si muove è stato lo stesso vicepresidente esecutivo della Commissione Raffaele Fitto, che in una conferenza stampa di metà maggio ha precisato: il dossier “non è in agenda in questo momento” ma l’esecutivo comunitario sta ragionando “sulla opportunità di avere una direzione generale più efficiente”. Sul merito, le posizioni si dividono. Chi sostiene la riforma vede in una nuova architettura la possibilità di una maggiore coerenza tra politiche digitali, ambientali e infrastrutturali. Chi la teme — e tra questi ci sono le Regioni — paventa la perdita di autonomia e l’indebolimento del sostegno alle realtà locali. Perché ridisegnare la DG significa, in fondo, ridefinire chi decide i criteri con cui si investono quei miliardi e come se ne controllano i risultati.
Perché riguarda i territori (e i cittadini)
È qui che la questione esce dai palazzi e tocca la vita concreta. Il modello su cui si regge la coesione europea è quello della governance multilivello: un sistema in cui le decisioni sui fondi non calano dall’alto, ma vengono programmate e controllate anche dalle Regioni e dai Consigli regionali. Il sistema italiano, in particolare, è costruito su un forte coinvolgimento delle autonomie nella gestione dei fondi strutturali e degli investimenti strategici. Se l’architettura europea si centralizza, avverte la Conferenza, questo equilibrio si incrina. Un indebolimento della dimensione regionale rischierebbe di favorire dinamiche di centralizzazione decisionale, riducendo gli spazi di partecipazione dei territori e la capacità delle Assemblee regionali di incidere sulle priorità di sviluppo locale.
In pratica, significa meno voce per chi vive nelle Regioni su come si spendono i soldi europei. La Conferenza ricorda che le sfide sul tavolo – dalla transizione ecologica alla competitività industriale, dalla coesione sociale alla crisi demografica – richiedono proprio istituzioni vicine ai territori, capaci di tradurre gli obiettivi europei in politiche concrete. Senza quel presidio locale, il rischio è che le risposte arrivino più lente e meno calibrate sui bisogni reali delle comunità.
La partita del bilancio
Lo scontro sulla DG Regio anticipa la sfida più grande sulla definizione del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, il bilancio di lungo periodo dell’Unione: è lì che si deciderà davvero il futuro della coesione come politica, e con quanti soldi. La Conferenza chiede quindi di preservare una governance europea che continui a riconoscere alle Regioni un ruolo strategico, evitando approcci centralistici che, secondo i Trattati, indebolirebbero il principio stesso della coesione territoriale. Fitto, dal canto suo, prova a rassicurare: la coesione “è e resterà centrale”, ripete, anche se modernizzata. Resta la domanda di fondo, se l’Europa che verrà continuerà a costruirsi anche dal basso, a partire dai territori, o se prevarrà la logica del centro che decide per tutti.