Corre voce che il presidente USA Donald Trump e il capo del governo di Israele Benjamin Netanyahu abbiano abbandonato l’idea di riportare sul trono dell’Iran un Reza Pahlavi e che vorrebbero ne diventasse presidente il moderato Mahmud Ahmadinejad, presentato da mass media italiani come “l’uomo che voleva distruggere Israele” e che èp stato ripescato dal dimenticatoio.
In realtà, come ha scritto l’ebreo torinese Giogio Frankel nel suo utile libro “L’Iran e la Bomba”, Ahmadinejad non ha mai voluto distruggere Israele, ma solo il suo essere uno Stato sionista. Uno Stato che in quanto sionista discrimina i palestinesi sia ritenendo cittadini di serie B quelli con cittadinanza israeliana, oltre due milioni di persone, sia rubando sempre più agli altri le loro terre e le loro vite come è diventato tragicamente chiaro con lo sterminio di Gaza e con la violenza crescente e ormai alla luce del sole dei coloni ebrei in Cisgiordania.
Già una volta, nel 2009, l’allora presidente USA George W. Bush con il suo storico discorso sull’”asse del male”, aveva spianato la strada alla presidenza dell’Iran ad Ahmadinejad a scapito dei candidatii riformisti, aperti all’Occidente. E quindi in definitiva a scapito dello stesso Iran.
Il 19 maggio 2017 in Iran si sarebbe andati a votare per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, che avrebbe preso il posto del moderato e pragmatico Hassan Rouhani. L’infelice dichiarazione del 18 aprile di Donald Trump di voler rivedere entro 90 giorni gli accordi nucleari con Teheran – faticosamente raggiunti appena un paio d’anni prima durante la presidenza Obama e dallo stesso Trump subito definiti “il peggior accordo mai negoziato” – ha contribuito a far vincere le elezioni ad Ahmadinejad, cioè al nazionalismo estremista, bloccando così ancora una volta la distensione con l’Occidente e una maggiore liberalizzazione nel Paese.
Bloccando cioè le politiche iniziate coraggiosamente 20 anni prima da Mohammad Khatami, bestia nera della destra e dei nazionalisti, nel corso della sua presidenza, iniziata il 2 agosto 1997 e conclusa il 3 agosto 2005, ma sabotate da George Bush figlio con il suo discorso del 29 gennaio 2002, il primo dopo l’attacco delle Twin Towers.
Con quel discorso Bush coniò infatti la disgraziata espressione “Asse del Male” e affermò che era formato dall’Iraq, dalla Corea del Nord e dallo stesso Iran, accusato assieme agli altri due di sostenere il terrorismo internazionale e di minacciare la pace mondiale producendo o puntando a produrre bombe atomiche.
L’accusa di Bush piombò sull’Iran come un fulmine a ciel sereno. Gli iraniani si sentirono feriti nell’orgoglio nazionale e traditi nelle aspettative di un maggiore benessere grazie al riavvicinamento agli Usa e all’Occidente. I nazionalisti anti occidentali ebbero tutto il tempo di sfruttare il risentimento popolare per far vincere le successive elezioni ad Ahmadinejad, al quale Bush aveva di fatto spianato la strada.
Ferocemente avversato dalla destra, Khatami aveva iniziato una serie di grandi riforme, anche a favore delle donne e della libertà di stampa, e contava di completarle una volta che la sua parte politica avesse vinto le elezioni anche nel 2005 e consolidato così a sufficienza il suo potere. Ma, come è noto, gli otto anni di governo di Ahmadinejad, dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013, hanno bloccato tutto e portato indietro le lancette dell’orologio dei rapporti Iran/Occidente.
Dopo Ahmadinejad è diventato presidente Hassan Rouhani, dal 3 agosto 2013 al 3 agosto 2021, che ha il merito di essere arrivato a un faticoso accordo con gli Usa e l’Europa permettendo così la fine delle sanzioni e l’inizio di un maggiore benessere.
Poi però è diventato presidente Ebrahim Raisi, dal 3 agosto 2021 al 19 maggio 2024, il volto più duro del regime. In qualità di viceprocuratore pubblico di Teheran, Raisi in passato si era distinto per le condanne a morte facili e qualche esecuzione di massa. Raisi ha fatto parte della famigerata Commissione della morte, responsabile secondo l’Human Rights Documentation Center e il rapporto di Amnesty International del 2 Novembre 2007 di avere ordinato nel 1988, sulla base di una fatwa dell’allora Guida Suprema ayatollah Ruhollah Khomeini, il massacro di oppositori e prigionieri politici con un bilancio stimato tra le 8 mila e le 30 mila vittime.
Dopo avere dichiarato alla fine del suo secondo mandato che non si sarebbe più candidato alle presidenziali Ahmadinejad ci ha ripensato e s’è messo in lista. Ma l’allora Guida Suprema Alì Khamenei, passato da suo sponsor ad avversario, ne ha fatto bocciare la candidatura dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, l’istituzione alla quale spetta il compito di vagliare le candidature e decidere quali possono ammesse e quali debbano essere scartate.
Trump eletto presidente la prima volta ha di fatto azzerato la portata degli accordi con l’Iran sul nucleare stipulati da Obama. Intanto però Teheran, oltre a stringere accordi economici con vari Paesi europei, in particolare con l’Italia, ha iniziato una collaborazione con il Belgio proprio in campo nucleare: il ministro degli Esteri belga Didier Reynders ha infatti dichiarato che il suo Paese è interessato a espandere la cooperazione con l’Iran nel campo dell’energia e dell’uso civile del settore nucleare, in particolare nel campo della medicina.
E la vittoria dell’Oscar da parte del film “Il viaggio” del regista iraniano Asghar Farhadi ha stimolato una discreta ripresa del turismo occidentale in Iran, che ha migliaia di siti archeologici e storici di estremo interesse. In Italia il disgelo con l’Iran ha visto la nascita dell’Associazione di Amicizia Parlamentare Italia-Iran, presieduta dall’onorevole Daniela Sbrollini e nata in seguito al convegno “Italia – Iran, un modello di cooperazione”, tenuto alla nostra Camera dei deputati con oltre 150 partecipanti. Associazione molto attiva nell’organizzare e patrocinare incontri e iniziative di vario tipo con gli iraniani.
Col disgelo è arrivato in libreria edito da Mimesis l’interessante romanzo “Viaggio in direzione dei 270 gradi”, scritto 21 anni prima da Ahmad Dehqān e incentrato su come la gioventù iraniana ha vissuto la tragedia dei sette anni di guerra con l’Iraq, alla quale Dehqān ha partecipato di persona combattendo anche in prima linea. “Il romanzo di Dehqān sarà uno stimolo a conoscere la realtà iraniana andando oltre gli stereotipi e le propagande pro e contro l’Iran che lo dipingono sempre in modo riduttivo oltre che fin troppo interessato”, afferma il traduttore del romanzo in italiano, vale a dire il giovane Michele Marelli, specializzato in lingua iraniana all’Università di Teheran. Dehqān nel 2008 stava lavorando con il regista Jafar Panahi a un film tratto dal suo racconto “Io sono l’assassino di tuo figlio”, ma il regista venne arrestato per “attività antigovernative” e condannato a sei anni di arresti domiciliari e 20 di interdizione dalle attività lavorative di regista e sceneggiatore.
Dopo tutti questi giri di valzer, speranze, delusioni e repressioni feroci, con migliaia di morti, è arrivata la guerra di USA e Israele contro l’Iran grazie alla solita accusa, totaòmente campata per aria, che l’Iran “sta per dotarsi di bombe atomiche per distruggerci”, ritornello caro da 20 anni a Benjamin Netanjahu. Ora siamo o al dopoguerra o alla vigilia della sua ripresa. E USA e Israele vogliono puntare di nuovo su Ahmadinejad.
L’articolo Iran, il grande ritorno di Ahmadinejad tra guerre, sanzioni e giochi di potere proviene da Blitz quotidiano.