Roma, 24 maggio 2026 – Il caso Picierno non è più, se mai lo è stato, solo il caso Picierno. È la cartina di tornasole del mutamento genetico del Partito democratico: un partito nato per tenere insieme culture diverse – ex comunisti, cattolici democratici, laici, riformisti – e oggi tentato dalla forma più povera della politica, quella che scambia l’unità con l’allineamento e il dissenso con il tradimento.
La questione non è solo se Pina Picierno resterà o lascerà il Pd. La questione è che una vicepresidente del Parlamento Ue sotto scorta per le posizioni su Ucraina, sull’antisemitismo e sulla difesa delle democrazie liberali, ha posto problemi politici e umani ai quali il suo partito ha risposto con un silenzio gelido. Non una discussione vera, una presa in carico collettiva. Non il gesto minimo di una comunità che protegge chi viene esposto per le battaglie che conduce.
È in questo che il caso personale diventa fatto politico. Il Pd che si mostra in questa vicenda non appare più come una comunità plurale, attraversata da anime differenti e conflitti legittimi, ma come una caserma ideologica nella quale le voci critiche vengono prima marginalizzate, poi delegittimate, infine spinte verso l’uscita. Soprattutto quando il dissenso riguarda la politica estera: Ucraina, Russia, difesa europea, Israele, postura atlantica.
Il paradosso è che il Pd era nato per il contrario: non per diventare la prosecuzione identitaria di una sinistra radicalizzata, come, del resto, non è mai stato fino in fondo neanche il Pci, ma per costruire una casa larga, europea, capace di fondere culture e non di espellerle. Il suo Dna originario non era l’ortodossia, ma il pluralismo. Se oggi una dirigente riformista viene trattata come corpo estraneo perché non accetta ambiguità sull’Ucraina o subalternità tattiche al M5S, allora il problema non è Picierno. È il Pd.
Inquietante, in questo contesto, è anche il riflesso di certa base social: aggressiva, minacciosa, incapace di distinguere la critica politica dall’annientamento personale. Una militanza digitale che non discute, scomunica. Quando la violenza verbale diventa ambiente, il silenzio dei dirigenti non è neutralità: è complicità politica, almeno per omissione. Qui si apre anche la grave responsabilità dei cosiddetti riformisti. Molti tacciono, molti misurano le parole, tutti o quasi aspettano un posto nelle liste bloccate del prossimo anno. Ma verranno ridimensionati o ridotti a mera foglia di fico, perché il nuovo assetto del Pd non ha bisogno di loro se non come ornamento moderato di una linea già decisa altrove.
Per questo il caso Picierno non è un incidente. È uno specchio. Dice che il Pd non sta soltanto cambiando linea: sta cambiando natura. E quando un partito nato per includere comincia a funzionare per espulsione, quando il pluralismo diventa fastidio e la fedeltà prende il posto del pensiero, allora non siamo più davanti a una dialettica interna. Siamo davanti a una classe dirigente che chiama unità ciò che somiglia sempre di più al conformismo di potere.