Roma – La diplomazia si ferma a un passo da una svolta storica, impantanandosi in un teso gioco di nervi. Nelle ultime ventiquattr’ore, Washington e Teheran hanno accarezzato l’accordo transitorio di 60 giorni, la “Dichiarazione di Islamabad” mediata dal Pakistan. Ma la firma non è arrivata. A congelare gli entusiasmi ci ha pensato la Casa Bianca, seguita dall’ala militare della Repubblica Islamica, a dimostrazione di come la via della pace sia ancora densa di ostacoli strategici.
Domenica mattina il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, incontrando il suo omologo indiano a Delhi, aveva acceso le speranze: “Credo sia possibile che, nelle prossime ore, il mondo riceva delle buone notizie”. Un ottimismo scontratosi con la realtà. Fonti citate da Bloomberg hanno escluso la firma in giornata, definendo il sistema iraniano “molto lento e opaco”. Poco dopo Donald Trump ha frenato su Truth: “I negoziati stanno procedendo in modo ordinato e costruttivo, e ho incaricato i miei rappresentanti di non affrettare la conclusione di un accordo, poiché il tempo gioca a nostro favore”.
Il tycoon ha chiarito che il blocco dei porti rimarrà “pienamente in vigore”. Poi ha pubblicato un’immagine AI di navi bombardate con la scritta “Adios”. “Dipende solo da me, non concludo mai accordi negativi”, ha ribadito alla Abc. La bozza prevede una tregua di 60 giorni con la riapertura di Hormuz da parte iraniana, in cambio della revoca del blocco navale Usa e di deroghe sulle sanzioni petrolifere. Sul tavolo c’è lo sblocco di 25 miliardi di dollari in beni congelati, ma l’agenzia Tasnim avverte: “Gli Stati Uniti continuano ad ostacolare l’attuazione di alcune clausole, tra cui la questione dello sblocco dei beni iraniani congelati. Di conseguenza rimane la possibilità che l’accordo venga annullato”. Eppure, il via libera politico formale sembrava esserci. Secondo Axios, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei – sulla cui salute si rincorrono voci dopo l’attentato del 28 febbraio che ha ucciso il padre – “ha approvato il quadro generale dell’accordo”. Ma i Pasdaran frenano. Tramite l’agenzia Fars, i militari hanno liquidato i post di Trump come “propaganda”, affermando che “la questione nucleare non è stata affatto discussa in questa fase”.
Di parere opposto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, pronto a “rassicurare il mondo sul fatto che non sta cercando armi nucleari”. Che l’Iran tiri la corda è però evidente nella retorica: “La palla ènel campo degli americani e devono accettare le condizioni dell’Iran, tra cui la fine della guerra, il pagamento delle riparazioni e la revoca delle sanzioni”. Lo dice Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano che ha definito l’America “grande perdente” nello scontro”.
A complicare il quadro c’è il “pacchetto Libano” per la fine della guerra su tutti i fronti. La clausola ha scatenato l’ira del leader sciita Naim Qassem: “Arrendersi equivale allo sterminio! Ci troviamo di fronte a una minaccia esistenziale”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, dopo un colloquio telefonico con Trump sul memorandum d’intesa per Hormuz, ha convocato il gabinetto di sicurezza, ribadendo che “qualsiasi accordo definitivo debba eliminare il pericolo nucleare” e rivendicando la totale “libertà d’azione contro le minacce su tutti i fronti, compreso il Libano”. Netta l’opposizione di Benny Gantz: “Un errore strategico che pagheremmo per anni”.
In questo scenario, mentre la Ue esprime ottimismo con Von der Leyen (“Bene i progressi, riaprire Hormuz”), l’Italia si muove in prima linea. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato la prontezza del governo per lo sminamento a Hormuz, subordinato a cessate il fuoco, mandato internazionale e voto del Parlamento: “Due cacciamine della Marina militare italiana sono già nel Mar Rosso. Il nostro Paese potrebbe contribuire alla sicurezza della navigazione commerciale una volta terminato il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran”. Il prossimo round di colloqui approfonditi potrebbe partire il 5 giugno a Islamabad.