Dovrebbe chiamarsi ‘Dichiarazione di Islamabad’ e, se non dovesse saltare tutto prima il 5 giugno dovrebbe essere il giorno dove si terranno colloqui più approfonditi fra la delegazione americana e quella iraniana e partire gli ulteriori 60 giorni di tregua, nella speranza di raggiungere un’intesa. Al Arabiya, sul proprio sito in arabo, citando fonti di alto livello dice che il memorandum potrebbe venire annunciato dal Pakistan “senza necessità della presenza delle parti coinvolte”.
Ognuno sta sulle sue, insomma. Del resto, visto il processo negoziale in ballo, metterci la faccia potrebbe diventare complicato. Qualche notizia positiva, però, c’è. Secondo Axios, la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, avrebbe visto il testo preliminare. “A quanto ci risulta, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha approvato il quadro generale dell’accordo, ma resta ancora da vedere se questo si tradurrà in un accordo definitivo” ha spiegato il giornalista statunitense di Axios, Barak Ravid. C’è poi l’incognita Israele. Il premier di Tel Aviv, Benjamin Netanyahu, ieri sera ha convocato una riunione ristretta del gabinetto di sicurezza. Netanyahu preme per il disarmo completo di Hezbollah, vede dunque di cattivo occhio la clausola dell’accordo che chiede l’interruzione del conflitto ovunque, anche in Libano, dove si continua a combattere ogni giorno, con scambi di bombardamenti fra Israele e l’organizzazione terroristica sciita.
Gli altri punti su cui dovranno discutere Washington e Teheran sono persino più delicati. Il primo, quello che sta più a cuore alla comunità internazionale è quello dello Stretto di Hormuz. La Repubblica Islamica si è impegnata a riaprirlo per i 60 giorni di tregua. Una boccata di ossigeno per il traffico di materiale energetico anche se ci vorrebbe almeno un mese per tornare a flussi normali di petrolio e molto di più per tornare alla ‘normalità’ precedente alla guerra. Durante questo periodo di 60 giorni lo Stretto di Hormuz sarebbe aperto senza pedaggi e l’Iran si impegnerebbe a rimuovere le mine per consentire il libero transito delle navi. In cambio, gli Stati Uniti revocherebbero il blocco dei porti iraniani e concederebbero alcune esenzioni dalle sanzioni per permettere all’Iran di vendere petrolio liberamente. Teheran – secondo l’agenzia Fars – prevede di ricavare 10 miliardi in 60 giorni da questa concessione.
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Una fonte governativa statunitense ha precisato che più rapidamente l’Iran rimuoverà le mine, più rapidamente verrà revocato il blocco, definendo il principio chiave dell’accordo quello di “concessioni in cambio di risultati concreti”. Una soluzione molto più soggetta a condizioni rispetto alla proposta dell’Iran, che aveva chiesto lo sblocco immediato dei fondi congelati e una riduzione permanente delle sanzioni.
Vi è poi la parte più delicata, quella che sta più a cuore al presidente Trump e a Israele e che riguarda l’arricchimento dell’uranio e la rimozione delle scorte di uranio altamente arricchito. Qui Teheran sta cercando di mettere dei paletti, facendo capire che non si può trattare oltre un certo limite. Gli ayatollah avrebbero offerto di sospendere l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% per 10 anni (contro i 15 previsti dall’accordo negoziato da Obama) e di diluire l’uranio arricchito oltre il 20% all’interno del Paese. Questa è la versione che circola sui media arabi. Secondo il New York Times, l’Iran si impegna a rinunciare alle proprie scorte di uranio altamente arricchito, ma le modalità precise con cui le cederà saranno definite nel prossimo ciclo di colloqui sul nucleare iraniano. C’è poi la versione iraniana, o meglio quella dei Pasdaran, che hanno accusato Trump di fare ‘solo propaganda’.