Ilaria Alpi è un simbolo della libertà di stampa e un riferimento del giornalismo di inchiesta. Fondamentale è stato (e resta) il suo operato. Non solo per quel che ha scoperto, nel corso delle sue inchieste, ma per l’ostinazione che ha sempre dimostrato nel portare avanti una rotta informativa.
Seguire tracce, formulare piste, mettere insieme i pezzi di una storia con testimonianze, collegamenti e retroscena da attualizzare e contestualizzare. Alpi, nello specifico, giunse in Somalia per la prima volta nel lontano 1992. Era un’inviata del TG3 per seguire la missione di pace Restore Hope, promossa dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di porre fine alla guerra civile scoppiata in quelle terre un anno prima. La caduta di Siad Barre ha dato origine a tutto, comprese le controversie interne sul piano politico, sociale e culturale.
A quella missione ha partecipato anche l’Italia. Su questo aspetto particolare si sono soffermate le inchieste della cronista che aveva scoperto un possibile traffico di armi e rifiuti tossici che avrebbero visto, fra gli altri scenari, anche la complicità dei Servizi Segreti italiani e di altre istituzioni del Paese.
Ilaria Alpi, da professionista dell’informazione a simbolo di un Paese
Ilaria Alpi aveva, quindi, scoperto un possibile traffico di rifiuti tossici su scala internazionale dislocati in alcuni Paesi africani in cambio di tangenti e scambio di armi con gruppi politici locali. Una fitta rete di nomi, riferimenti e analogie che coinvolsero anche il Sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, ucciso in Somalia, in circostanze misteriose, nel novembre precedente all’assassinio della giornalista. Proprio l’uomo sarebbe stato informatore della stessa Alpi e “anello debole” della catena che avrebbe portato a determinati scambi anche di natura economica.
Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio, in circostanze mai chiarite, insieme all’operatore Miran Rovatim, il 20 marzo del 1994. La battaglia della giornalista venne portata avanti negli anni dalla madre che, sin dal primo processo in merito, ha ricercato la verità al fine di far cadere ogni sorta di depistaggio sull’omicidio della giornalista italiana e del cameraman.
La storia della cronista tra cinema e tv
La storia della Alpi non è come le altre. Il suo racconto non narra soltanto l’epopea di una donna che ha amato il lavoro che faceva, la sua vicenda è quella di chi è arrivata a un passo dalla verità assoluta e le è stata chiusa la bocca nel modo peggiore. Niente più occhi per vedere, nessun orecchio per ascoltare. Soltanto un’eredità da portare avanti affinché il suo sacrificio non sia stato vano. La consolazione, per chi le ha voluto bene e chi la stimava, che abbia sempre fatto al meglio il proprio lavoro è magra. Ci sono delle verità da stabilire. Un puzzle da ricomporre.
Questo cammino è stato raccontato, anche dalla televisione e dal cinema, con opere dedicate che però hanno mantenuto volutamente un approccio equilibrato e disarmante. In primis perché c’era e c’è da difendere l’immagine di una cronista con una vita spezzata, in secundis perché il vaso di Pandora che la Alpi ha scoperchiato coinvolge istituzioni e parti dello Stato che hanno bisogno della massima trasparenza. Quando si va a intaccare l’ordine costituito di una nazione, le conseguenze non sono mai banali.
Le opere più importanti
Così come affatto scontate sono le opere televisive e cinematografiche che narrano le vicende di Ilaria Alpi. Le più riconoscibili sono, senz’altro, Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni, opera diretta da Ferdinando Vicentini Orgnani (2003), con Giovanna Mezzogiorno nei panni della nota cronista. Successivamente abbiamo Ilaria Alpi – L’ultimo Viaggio (2015), docufilm di Claudio Canepari e Gabriele Gravagna, prodotto da Rai Fiction.
La peculiarità, in tal caso, è l’approfondimento rispetto alle varie fasi dell’inchiesta. Mentre nel film con Giovanna Mezzogiorno si presta maggiore attenzione alla parabola narrativa della vita, compresa l’inchiesta a Mogadiscio, della Alpi. Un terzo metodo di racconto per immagini, tra grande e piccolo schermo, lo offre il film d’animazione dal titolo Somalia94 – Il caso Ilaria Alpi di Marco Giolo. L’opera risale al 2017 e nasce con l’intento di avvicinare i giovani alla vicenda. Nel racconto animato vengono ricostruite le ultime ore della vicenda che ha coinvolto la giornalista, con rimandi importanti fra passato e presente. L’animazione si dimostra un ottimo veicolo oltre che sinonimo di modernità per creare collegamenti fra generazioni.
Un’eredità da difendere
Non dimenticare equivale a vivere e portare avanti le idee e i principi di chi non c’è più, con Ilaria Alpi si deve compiere un altro passo importante. Continuare la sua opera, anche se non si è giornalisti, vuol dire anche considerare la responsabilità delle proprie azioni. Anche quando non sono così efferate come quelle che hanno riguardato da vicino la donna. Le parole, così come le riflessioni, diventano armi. Tocca a noi usarle per un bene più grande che riguarda non solo la libertà di stampa e un’informazione libera, plurale e condivisa, ma anche la capacità di distinguere cosa è possibile fare da cosa, invece, è meglio evitare.
Ilaria Alpi ha insegnato e continua a insegnare a tutti coloro che si avvicinano alla sua vicenda quanto sia dannoso scegliere, in qualsiasi ambito, di voltare la testa dall’altra parte per sottrarsi al proprio impegno e a determinate responsabilità. Rimangono le scelte che facciamo ogni giorno, anche e soprattutto quando in quei giorni resta qualcun altro.