Prato, 31 maggio 2026 – “Io non ce la faccio a parlar male di Prato. È più forte di me”. Edoardo Nesi, premio Strega, ha trasformato il tramonto del distretto tessile in letteratura. E continua a guardarlo con gli occhi di chi non ha smesso di considerarlo casa.
Nei ricordi della sua infanzia c’è un tempo felice scandito dal rumore dei telai, colonna sonora di un mondo che non c’è più. Che effetto fa il silenzio di oggi?
“Sono figlio di un imprenditore tessile cresciuto con la promessa solenne che se t’impegnavi e lavoravi sodo avresti avuto successo. E funzionava davvero così, la prova era guardarsi intorno. Anche le persone più semplici che arrivavano a mani vuote con la buona volontà hanno cambiato vita. Quel rumore assordante era una garanzia sociale, la colonna sonora del nostro ottimismo. Oggi questo silenzio toglie le parole al futuro”.
Poi che cos’è successo?
“Nel 2001 la Cina entra nel Wto e le viene consentito di fare quasi tutto nella manifattura, compreso di darle in pasto il distretto d’oro della povera Prato”.
E dopo le cose sono cambiate ancora…
“Il mondo ha cominciato a cambiare così velocemente che di Prato ci si è interessati molto meno. Eppure è uno straordinario laboratorio del cambiamento che dovrebbe essere studiato dagli economisti”.
Perché i pratesi hanno scelto l’usato sicuro di Biffoni?
“È molto amato a Prato, i dieci anni da sindaco non lo hanno logorato. È molto abile, sempre presente. Dimostra di prendersi a cuore le sorti della città. In questo clima d’incertezze credo che i pratesi lo abbiano percepito come una sicurezza alla quale aggrapparsi”.
Ma quanto e come può incidere la politica locale in una crisi di paradigma? Gli operosi pratesi da soli non ce la fanno più…
“In un mondo globalizzato nessuno può farcela da solo. Prato deve stare nel mondo e rivolgersi al mondo. È indispensabile costruire un rapporto stretto con la Cina”.
Come si cambia?
“Non è tempo di ricette facili. L’unica alternativa è creare nuove possibilità di impiego. Il tessile pratese è in difficoltà e lo è anche il pronto moda cinese. E Prato deve trovare anche un altro modo per creare benessere. Cambiare pelle e aggiungere qualcosa”.
Un esempio?
“Creare nuove aziende, magari start-up com’è nella tradizione di Prato che è sempre stata davanti a tutti. Portare qui i quartieri generali di grandi aziende, siamo nell’epicentro d’Italia, sfruttiamo anche queste caratteristiche”.
Chi può farlo?
“Quando Prato ripartì nel dopoguerra lo fece con una nuova classe imprenditoriale di trentenni che avevano voglia di fare con un mondo che si apriva davanti a loro. I nostri giovani sono scappati e stanno avendo grande successo ovunque grazie alla loro preparazione, ma la loro assenza toglie energie alla città”.
È stato un anno di scandali e inchieste. Aveva ragione Malaparte a dire che quando si perde la fiducia l’immoralità diventa una forma di viver civile e il cinismo l’unico rifugio?
“Quel che è successo è un male per Prato, ma meglio che sia stato scoperto. Mi sembra che il commissario abbia fatto bene”.
Ora c’è bisogno di un risveglio…
“Facile dirlo. Ma lo scatto possono averlo solo i pratesi. Dobbiamo essere noi a ritirare su la nostra città. Chi viene qua ha già i suoi problemi. Tocca a noi…”.