Roma, 31 maggio 2026 – Dopo il “sì, ma…” espresso nei giorni scorsi da Antonio Tajani, il governo scopre le carte. A mettere nero su bianco una netta frenata all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Tutti sanno, compresi i tedeschi, che è molto difficile. Non solo politicamente. Se l’Ucraina entrasse in Europa, con la sua grandezza e il suo sistema economico, ci sarebbe immediatamente una crisi nel settore agricolo gravissima per molti paesi Ue che nessuno, neppure i tedeschi, può permettersi”, ha detto ieri in un’intervista al Corriere. Parole che ribaltano gli equilibri della maggioranza facendo, di fatto, prevalere la ‘voce fuori dal coro’ di Matteo Salvini.
Il rischio è di trascinare l’Europa in guerra
Di fronte all’ipotesi di aprire, già al Consiglio Affari generali Ue del 16 giugno, il primo gruppo di capitoli negoziali per l’adesione di Kiev, la Lega si era detta “assolutamente contraria”. Sul piano formale le motivazioni sono le stesse richiamate da Crosetto: “non ha i requisiti necessari” e “rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni”.
A queste si aggiunge il rischio, paventato dalla Lega e da Fratelli d’Italia, di un coinvolgimento diretto dell’Europa nel conflitto contro la Russia in base alla clausola di difesa reciproca prevista dall’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea.
Faida elettorale: Vannacci fa paura
“La politica del governo sull’Ucraina non cambia” è la posizione fatta filtrare da Giorgia Meloni. Ma, per l’opposizione, – ad eccezione del Movimento Cinque Stelle – le motivazioni della maggioranza sono pretestuose e la questione è tutta interna: una faida elettorale che avrebbe imposto una virata filo russa volta a inseguire i voti di Roberto Vannacci.
La proposta di Merz: l’adesione zoppa
In un’Europa divisa – con Lettonia, Estonia, Lituania, Romania e Finlandia che spingono per accelerare l’ingresso di Kiev e l’Italia, insieme a Spagna e Portogallo, nella schiera dei più scettici – rimane ancora sul tavolo la proposta ‘light’ del cancelliere tedesco Friedrich Merz di creare per l’Ucraina uno status di “membro associato”, con benefici e forme di integrazione inferiori alla piena adesione.
Un’adesione zoppa, senza pieni diritti di voto, rifiutata formalmente dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, deciso a ottenere una presenza completa entro il 2027. Richiesta definita “impossibile” dalla commissaria europea all’Allargamento Marta Kos che ha, tuttavia, avuto l’effetto positivo di dare urgenza al confronto politico.
Rimandare alla fine del conflitto?
Ma la sensazione, venuto meno l’alibi del veto ungherese di Viktor Orbán, è che si cerchino caveat per rimandare l’ingresso dell’Ucraina a conflitto finito. Soprattutto ora che gli Usa di Donald Trump sembrano essersi sfilati dalla trattativa scaricando sull’Europa l’onere di negoziare con Putin.
“Qualunque cosa accada, la causa principale di tutti i problemi è l’Ucraina e le azioni del regime di Kiev. Tutto il resto è una conseguenza” ha detto tuonato ieri il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, accusando l’Ue di aver “oltrepassato ogni limite possibile” per prolungare il conflitto.
La questione energetica
A complicare il quadro c’è la questione energetica che rischia di trasformare le sanzioni Ue in un’arma spuntata. In vista del prossimo aumento di luglio l’Ue – secondo alcune indiscrezioni riferite da Bloomberg – starebbe valutando di bloccare il price cap dinamico sul prezzo del petrolio russo ai livelli attuali. Diversamente la misura, pensata per comprimere le entrate energetiche di Mosca, si trasformerebbe in un vantaggio portando il nuovo tetto a 65 dollari al barile dai 44,10 odierni.
Una situazione che, tuttavia, rende l’Europa più debole agli occhi di Mosca. “Come previsto – ha commentato l’inviato speciale di Putin per la cooperazione economica internazionale, Kirill Dmitriev – la crisi energetica sta costringendo l’Ue a essere più realista e a iniziare a correggere gli errori del passato. L’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere”.
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