Roma, 4 giugno 2026 – Regole certe per favorire un’immigrazione legale. L’obiettivo è stato ribadito ieri da Fratelli d’Italia ma, dati alla mano, il decreto flussi fa acqua da tutte le parti. Inaugurato a inizio anno, il secondo triennio del provvedimento prevede, sulla carta, 497.550 ingressi (164.850 nel 2026;165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028). Ma il bilancio 2023-2025 mostra un quadro impietoso. Nel 2023 solo il 13% delle 127.707 quote stabilite dal governo si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili e regolari.
E, a due anni, dal clickday del 2024 – stando al Dossier Flussi 2026 della campagna ‘Ero Straniero’ – a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti (16,9%). In sostanza solo circa 17 persone su 100 riescono a ottenere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025, sebbene i dati siano ancora parziali, la situazione non pare migliorare: 14.349 permessi di soggiorno su 181.450 quote (7,9%).
A questi si aggiunge un consistente numero di lavoratori spariti dai radar. I conti, infatti, non tornano. Nel 2024, a fronte di 72.704 nulla osta emessi, i visti rilasciati sono stati 35.287 (il 48,5%), circa 10.400 in più rispetto ai permessi di soggiorno; mentre nel 2025, su 49.762 nulla osta, il divario visti-permessi è a quota 18.600.
Cosa non funziona? “In primis il processo, che coinvolge vari uffici e ministeri, è molto complesso e i tempi sono molto lunghi. Solo per prendere appuntamento nelle ambasciate – spiega Giulia Gori, portavoce della campagna ‘Ero straniero’ – si aspetta anche un anno. Va a finire che si ottiene il visto quando magari il lavoro non serve più. Basta pensare agli stagionali o all’assistenza a persone anziane che, in molto casi, nel frattempo vengono a mancare”.
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Un’altra criticità è, paradossalmente, proprio la semplificazione. “Quando le persone arrivano, possono iniziare a lavorare già prima della firma del contratto e del rilascio del permesso di soggiorno. Succede, però, che poi il datore di lavoro non finalizza la pratica”. I lavoratori che si trovano, loro malgrado, in questa situazione dovrebbero avere accesso alla richiesta di un permesso per ricerca lavoro, che permetta di sanare questa irregolarità. Ma – prosegue Gori – “dal nostro monitoraggio sui territori emerge un drammatico sottoutilizzo di questo strumento”. Nella pratica il decreto viene usato principalmente come forma di regolarizzazione del lavoro nero. “Si tratta, in molti casi, di persone già presenti sul territorio che escono appositamente per poi essere richiamate. E in molti casi non riescono a tornare. È una finzione che neanche funziona”. In un meccanismo che mostra carenze sul fronte dei controlli c’è spazio per truffe e speculazione. “Ci è capitato – conclude Gori – di parlare con persone che sono state raggirate dopo aver pagato ingenti somme di denaro. Si è creato un giro di malaffare intorno al sistema. A partire dagli intermediari che speculano”.