Verso il campo largo, tutti vogliono il centro: civici, laici e il solito Renzi. A sinistra la caccia al voto moderato, cattolico e riformista

Roma – Questa terza puntata del viaggio nel mondo dei centristi va schiantandosi, in realtà, direttamente contro la photo-opportunity pubblicata martedì scorso da Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli in una imprecisata osteria romana. Perché, lo si è notato subito, in quell’inquadratura i centristi non sono entrati. C’era soltanto la sinistra-sinistra, e apriti cielo. “Renzi dov’è? Sotto al tavolo?” è stata l’immediata punzecchiatura di Carlo Calenda, che oggi fa il terzo polo oscillante a destra. L’ex premier però non ha raccolto: in quel momento stava imbarcandosi per Chicago, invitato nientemeno che da Barack Obama. A chi lo ha sentito (come si suol dire) ha ripetuto però il suo mantra tranchant: “Tanto senza di noi non vincono”. E il fatto è che ha ragione. Perlomeno intendendo quel ‘noi’ in senso ampio. Ovvero un pezzo di coalizione con dentro i riformisti Pd, gli ex centristi, i moderati, quelli che non si riconoscono nella sinistra ma nemmeno potranno mai andare di là e così via.

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Lo scatto pubblicato martedì vede insieme, da sinistra, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli

Il problema allora è costruire quel noi. Anche in questo caso, per capirci qualcosa, è utile partire dal Vecchio testamento. Dunque. La notte del 26 luglio 1993, dopo il suo scioglimento in un teso congresso all’Euro di Roma, la Democrazia Cristiana generò il Ppi, però fin da subito un drappello di volenterosi scelse di staccarsi per andare in supporto dei Progressisti a trazione Pds. Nomi come Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti, Paola Gaiotti de Biase, Luciano Guerzoni e altri. Gli stessi che qualche anno dopo, insieme al Pds costituirono i Ds da cui molto tempo dopo gemmò il Pd.

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Non basta di certo, perché una diaspora che si rispetti è un rizoma di radici che si separano e si riuniscono in continuazione. Per cui – guardando solo ai rivoli di sinistra – è impossibile non citare Willer Bordon e la sua Alleanza democratica, che confluì poi nell’Unione democratica di Maccanico, che nel 1999 si associò a i Democratici (l’Asinello, you know?) di Prodi e Parisi, che con i Liberali, i Popolari e Rinnovamento democratico-Lista Dini (questa l’avevate dimenticata) generò la Margherita che a sua volta co-fondò il Pd.

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L’elenco è parziale, ma è più cospicuo di quello speculare. Perché il grande centro da sempre è percepito più spesso (a torto o ragione) come uno spazio a sinistra. Dimostrazione ne è, anche in vista della prossima tornata elettorale, il ritorno in auge del filone dei federatori del centro, dei collettori, delle congreghe e delle comitive. Da Ernesto Maria Ruffini ad Alessandro Onorato, da Silvia Salis a Paolo Gentiloni e Pina Picierno. Fino a Matteo Renzi. Che guarda e lascia fare, e intanto impasta il cemento, convinto com’è che quando le urne saranno vicine e ci sarà bisogno di quattro mura entro cui riunirsi, la sua casa riformista sarà l’unico spazio già ammobiliato di cui disporre. E magari ha ragione lui. Perché si tratta dell’antica tattica di arrivare al campetto senza amici ma col pallone. Il successo è assicurato. Basta che le squadre non fossero decise in partenza.

(3. Continua)