Roma, 2 luglio 2026 – Nel 1988 Lucio Brunelli, allora vaticanista del Tg2, raccontò il primo scisma dei lefebvriani. La sua carriera giornalistica si è poi sviluppata anche attraverso diverse esperienze con la Conferenza episcopale italiana, fino alla direzione di Tv2000 e di Radio InBlu. Oggi, a 73 anni, è una delle voci più autorevoli nel descrivere quanto accade nella Chiesa cattolica.
“Lo scisma del 1988, per la porzione di fedeli interessata, non è paragonabile a quello con l’Oriente cristiano nel 1054 né a quello anglicano del XVI secolo. Ma l’impressione, trentotto anni fa, fu comunque notevole. Scisma e scomunica sembravano parole d’altri tempi. La cerimonia fu preceduta da un prolungato tentativo di evitare le ordinazioni “fuori legge”. Papa Wojtyla aveva incaricato il cardinale Ratzinger delle trattative e, a un certo punto, Lefebvre sembrò disposto ad accettare un compromesso: la Santa Sede avrebbe concesso l’ordinazione di un vescovo tradizionalista e anche la celebrazione della liturgia secondo l’antico rito in latino. Il vescovo ribelle ebbe però un ripensamento e rifiutò di firmare l’accordo”.
Ci sono differenze tra quello odierno e quello di allora?
“Non molte, in verità. La cerimonia di ieri è sembrata un replay in alta definizione di quella celebrata il 30 giugno 1988. Stesso rito e stessi prati: la spianata antistante il seminario tradizionalista di Ecône, in Svizzera. Anche lo stesso numero di vescovi — quattro — scelti e consacrati senza il permesso del Papa. Solo che, a differenza del 1988, la cerimonia è stata trasmessa in diretta online, con traduzioni e commenti in sei lingue diverse: progressi della tecnologia per nulla disdegnati dai tradizionalisti”.
La Fraternità San Pio X ritiene che l’ordinazione di questi vescovi fosse doverosa. Cosa li separa realmente dalla Chiesa di Roma?
“Il rifiuto del Concilio Vaticano II. La cosa un po’ assurda è che questo Concilio non ha stabilito nuovi dogmi o dottrine di fede; il Vaticano II ha dato solo nuovi orientamenti pastorali alla Chiesa, cioè direttive per vivere in modo più fruttuoso la testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo. Uno dei decreti più contestati dai lefebvriani è quello sulla libertà religiosa, secondo cui lo Stato — e la Chiesa — dovrebbero riconoscere piena libertà di religione a tutte le fedi. Un diritto elementare che oggi nessuno si sognerebbe di mettere in dubbio, tanto più un cristiano, il quale dovrebbe riconoscere che la fede è un dono di Dio. I lefebvriani hanno visto invece in questo insegnamento conciliare l’affermarsi di una filosofia relativista, per cui ogni religione diventa equivalente all’altra”.
Papa Leone XIV, come i suoi predecessori, ha cercato il dialogo con questa realtà fino all’ultimo, anche se questa apertura non è stata accolta. Perché?
“Nessun Papa può accettare a cuor leggero una lacerazione, anche se limitata nelle sue dimensioni, del corpo ecclesiale. Tanto più Leone XIV, che fin dall’inizio ha posto la ricerca dell’unità e della pace dentro la Chiesa come priorità del pontificato”.
La Chiesa come ripartirà dopo questo scisma?
“È difficile, nell’immediato, immaginare una ripresa del dialogo tra Roma ed Ecône. Sarebbe saggio e utile interrogarsi sui motivi per cui, nonostante scomuniche e ammonimenti, la Fraternità San Pio X attiri ancora 600mila fedeli. C’è forse bisogno di recuperare, ad esempio, una maggiore sobrietà e bellezza nella liturgia cattolica e nell’architettura sacra”.