Dai Mondiali al caso Air Force One: Trump dichiara guerra alla realtà

Washington, 14 luglio 2026 – Il presidente Donald Trump non ama i giornalisti, così come non ama il Papa, i leader stranieri, i compagni di partito e le regole del calcio. Più precisamente, non ama chi osa contraddirlo (anche quando è la realtà a farlo). Il nemico del popolo di turno è un gruppo di giornalisti del New York Times. Citati in giudizio per un’inchiesta giornalistica sul nuovo Air Force One, dovranno presentarsi domani per testimoniare davanti a un grand jury. Il quotidiano statunitense ha pubblicato due articoli sulla decisione di Trump di rientrare dal vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio a bordo del vecchio Air Force One e non del Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari ricevuto in dono dal Qatar; secondo il New York Times, il cambio sarebbe stato richiesto dal Secret Service: il nuovo aereo non rispetterebbe tutti i protocolli di sicurezza. Sacrilegio.

Le reazioni scomposte di Trump nei confronti dei giornalisti quasi non sorprendono più. Nel febbraio di quest’anno si è spazientito, diciamo così, per le domande di Kaitlan Collins, giornalista della Cnn, sul caso Jeffrey Epstein. Trump ha detto che è per via di giornalisti come lei che la Cnn non fa ascolti. “Ti conosco da 10 anni e non ti ho mai vista sorridere”, le ha detto Trump mentre Collins insisteva nel porre domande su Epstein. Gli scontri con i giornalisti durante la sua prima presidenza sono diventati materiale di studio per i sociologi dei media. Come quello con Jim Acosta, ex giornalista della Cnn. “You are fake news, gli disse Trump nel 2017, evitando di rispondere alle sue domande. “You are fake news” detto a un giornalista è come l’Avada Kedavra nel mondo di Harry Potter, una delle maledizioni senza perdono; non si torna indietro da una maledizione imperdonabile, è la fine. Sopra tutto nell’epoca della post-truth politics, della politica della post-verità, in cui la verità è un concetto manipolabile, accessorio; ognuno ha la sua e tutte valgono allo stesso modo.

Trump ancora una volta non ha inventato niente, così come non ha inventato il complottismo o il populismo. Semmai ha sfruttato quello che la società americana gli metteva a disposizione. Ha prosperato fin qui grazie anche alla sfiducia nei confronti dei media tradizionali, che continua a crescere tra gli americani, secondo Gallup, un istituto di ricerca che dagli anni Settanta analizza il rapporto fra media e cittadini statunitensi. Secondo l’ultimo rapporto, pubblicato nell’ottobre 2025, la fiducia degli americani nei mass media è scesa a un nuovo minimo storico, con solo il 28 per cento che dice di avere “molta” o “una discreta” fiducia nei giornali, nella tv e nella radio. Si tratta di un calo rispetto al 31 per cento dell’anno precedente e al 40 per cento di sei anni fa. Nel frattempo, sette adulti statunitensi su dieci dicono di avere “poca” fiducia (36 per cento) o “nessuna” fiducia (34 per cento) nei confronti dei media. Il problema è che senza informazione non c’è democrazia liberale, ma soltanto una “monarchia degli esaltati”, come la chiama Asma Mhalla nel suo ultimo libro, Resistere ai tempi oscuri (Einaudi; da leggere insieme al suo lavoro precedente Tecnopolitica, Add Editore). Senza fiducia nell’informazione non ci sono pesi e contrappesi cognitivi. C’è solo percezione, ci sono solo gli alternative facts, i fatti alternativi, di cui parlava l’ex consigliera trumpiana Kellyanne Conway nel 2017. Vince chi la sa raccontare, o manipolare, meglio. Nelle guerre cognitive, il cervello è l’ultimo campo di battaglia. “Il risultato di una coerente e totale sostituzione di menzogne alla verità di fatto non è che le menzogne saranno ora accettate come verità e che la verità sarà denigrata facendone una menzogna, ma che il senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo reale – e la categoria di verità versus falsità è tra i mezzi mentali a tal fine – viene distrutto”, scrive Hannah Arendt in Verità e politica (Bollati Boringhieri).

Quando Gallup ha iniziato a misurare la fiducia nei media negli anni Settanta, tra il 68 per cento e il 72 per cento degli americani dicevano di fidarsi delle notizie date dai media. Nel 1997 la fiducia era scesa al 53 per cento: “La fiducia nei media – ha scritto Gallup – è rimasta appena sopra il 50 per cento fino al 2004, quando è scesa al 44 per cento, e da allora non è più risalita a livelli maggioritari. Il dato più alto dell’ultimo decennio è stato il 45 per cento nel 2018, registrato appena due anni dopo il crollo della fiducia causato dalla polarizzante campagna presidenziale del 2016”, quella vinta da Trump contro Hillary Clinton. Dieci anni dopo non è cambiato molto. Il presidente americano continua ad attaccare i media e a costruire le sue verità alternative. “Perception is reality”, dice Bill Adler, personaggio di Industry, serie tv di Hbo ambientata nel mondo della finanza; la percezione è realtà, il che vale un po’ dappertutto. Non solo nel mondo delle banche di investimento, ma anche in politica.