Roma, 5 agosto 2026 – Al di là delle buone intenzioni dei firmatari, la proposta relativa a un eventuale doppio turno per l’elezione dei parlamentari sostenuta in questi giorni dall’Associazione Libertà Eguale e dalla Fondazione Magna Carta rischia di essere una toppa peggiore del buco.
Come espressamente dichiarato, il documento si ispira al modello già in vigore a livello locale e riesuma una vecchia idea in voga qualche anno fa, ma evidentemente ancora viva in certi ambienti, soprattutto della politica: quella del Sindaco d’Italia.
Non dico che all’inizio di questo secolo non ci fossero valide ragioni a fondare la proposta di un sistema che attraverso la designazione diretta o indiretta del vertice di governo potesse dare stabilità e al contempo assicurare protagonismo agli elettori, sulla falsariga di quello che avviene a livello comunale. Ritengo però, ne sono anzi convinta, che ogni idea è figlia del suo tempo e che questo non è il tempo per un’idea calata in un contesto politico e sociale assai diverso da quello emerso dalle riforme degli anni Novanta, caratterizzato da un forte slancio verso formule di elezione diretta e da un certo personalismo politico non ancora degenerato. Oggi il populismo dilagante, che non risparmia nessun partito essendo divenuto, pare, l’unica chiave possibile per sperare nel successo nelle urne, cambia le carte in tavola. Riduce gli spazi di manovra. Complica i risultati. È con questa prospettiva che le leggi elettorali devono fare i conti: quella in discussione in Parlamento, ma anche eventuali proposte che mirano a renderla “praticabile”.
Torna prepotente una domanda: a cosa servono le leggi elettorali? A governare, certo. Ma non solo. Non a tutti i costi. Esiste, infatti, almeno un’altra funzione essenziale cui deve assolvere un assetto elettorale: l’esercizio dei diritti politici dei cittadini. La partecipazione, l’integrazione in un sistema di governo sono funzioni tutelate dalla nostra Costituzione che non possono soccombere di fronte alla governabilità. Perseguire quest’ultima, infatti, non può significare annullare ogni altra esigenza costituzionale anche quando il bilanciamento si fa difficile come in questo momento storico in cui il conflitto sociale e politico è così acuto da rendere arduo contemperare le esigenze del governo con quelle della rappresentanza.
Se così non fosse, se cioè ricorressimo a qualunque istituto per ridurre la complessità, per aggirare il conflitto pur di assicurare speditezza al governo, cosa avremmo ottenuto? Nulla. Le elezioni a quel punto non servirebbero a nulla. Anzi, determinerebbero semmai una breccia sempre più ampia tra la realtà travagliata dalle tensioni e la politica incapace di raccontare il corpo elettorale, ma forte di un esito alle urne che le fa invocare la legittimazione sovrana.
Soluzioni come quelle del secondo turno di cui si dibatte in questi giorni, utili in altri contesti e livelli, in questo caso non possono che avere l’effetto di protesi applicate su un corpo malato e, dunque, incapace di ricavarne giovamento. Una passeggera sensazione di accomodamento che lascia presto il posto a un rigetto.
Il risultato della proposta, dunque, visti i presupposti di fatto in cui ci muoviamo, non sarebbe quello di ridare slancio ad un elettorato stanco, ma di dare potere al “capo di turno”: insomma un modo come un altro per riabilitare l’idea del premierato non più ottenuta con la riforma costituzionale, ma attraverso procedure di voto che costringono a semplificare la realtà. I processi di integrazione politica alla base dell’identità di un ordinamento e del suo popolo sarebbero così limitati a dinamiche personali (mi sento parte perché condivido la posizione del leader/premier), anziché favorire un’idea di integrazione istituzionale in cui lo spirito della comunità statale si fonda su dinamiche di interazione, costruzione del consenso, ricerca del compromesso. Ben vengano, dunque, i correttivi di bilanciamento alla frammentazione che rende impossibile il governo, purché la logica sia, appunto, quella del bilanciamento e non del mascheramento o dell’eterogenesi dei fini.