Roma, 14 agosto 2026 – Il dibattito sul futuro del litorale italiano attraversa una fase decisiva. Con il quadro delineato dal decreto Salva-infrazioni, che fissa al 2027 il termine per le attuali concessioni balneari, il tema dell’assetto delle spiagge torna al centro dell’agenda politica ed economica. Al cuore della discussione si incrociano due esigenze fondamentali: da un lato, la tutela di un modello d’impresa turistica consolidato; dall’altro, la garanzia della fruizione pubblica della costa. A dare la misura della diffusione degli stabilimenti è anche il confronto europeo. Secondo MappaturaSpiagge.it, che elabora i dati OpenStreetMap, in Italia si contano 4.577 stabilimenti balneari a fronte di 5.646 spiagge censite: un rapporto dell’81%. Molto più basso il dato negli altri Paesi mediterranei: 15% in Grecia, 5% in Portogallo e Croazia, 2% in Spagna. L’indice misura però il numero di stabilimenti rispetto alle spiagge censite, non la quota di arenile effettivamente occupata dalle concessioni.
A differenza di altre realtà del Mediterraneo, l’Italia non prevede una percentuale minima di spiaggia libera stabilita per legge statale. Il confronto con i partner europei mostra scelte molto differenti. In Spagna, la Ley de Costas sancisce la natura pubblica inderogabile del demanio marittimo: l’occupazione privata è sottoposta a limiti stringenti e almeno la metà dell’arenile deve rimanere completamente libera da strutture. In Portogallo, la normativa sulle aree demaniali considera il litorale un bene comune primario, consentendo concessioni stagionali solo all’interno di parametri rigidi.
Nel dibattito italiano, chi – come Legambiente, Wwf e Adiconsum –, sostiene la necessità di fissare una quota nazionale minima di spiaggia libera, evidenzia l’opportunità di riequilibrare il rapporto tra spazi gestiti e accesso universale. La pensa così Danilo Ruggiero, presidente di Mare Libero Aps: “Il tetto del 50% come già avviene nel Lazio è realistico e risponde a un diritto delle comunità. Il sistema attuale delle concessioni non è più sostenibile. Anche il servizio di salvataggio – prosegue Ruggiero – essendo di pubblica utilità, andrebbe reinserito nei servizi pubblici. È stato un grave errore appaltarlo ai concessionari. Noi proponiamo un passaggio graduale dal sistema attuale a uno in cui il demanio viene gestito e non delegato all’imprenditoria privata. Anche i costi che si incontrerebbero potrebbero essere affrontati – conclude Ruggiero – utilizzando i tributi locali e i canoni demaniali che attualmente vanno allo Stato, ma che dovrebbero invece essere dirottati alle amministrazioni comunali”.
Diametralmente opposto è, ad esempio, il punto di vista di Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari Italia Federturismo Confindustria, secondo il quale “il modello italiano non è solo occupazione di suolo, ma è un sistema di servizi che garantisce sicurezza, accessibilità e qualità diffusa. Diversamente da modelli a prevalenza di spiaggia libera non strutturata, il sistema italiano regge un’offerta turistica organizzata, crea filiere locali, occupazione stabile e stagionale, spesso familiare, e contribuisce in modo significativo al gettito fiscale. Inoltre – aggiunge Licordari – oggi salvataggio, pulizia, manutenzione, accessibilità sono garantiti in larga parte dagli stabilimenti. Se si spostasse tutto sui Comuni, senza trasferimenti dedicati, molte amministrazioni non avrebbero la capacità finanziaria e operativa per mantenere gli stessi standard”.
E proprio il tema della sicurezza dei bagnanti negli stabilimenti è fra i più delicati, considerando che sulle spiagge libere la responsabilità della vigilanza ricade sui Comuni e che molte amministrazioni locali, vincolate da bilanci ristretti, faticano a garantire i bagnini sull’intero tratto costiero o per l’intera stagione. In diversi casi, l’assistenza nei tratti liberi finisce così per fare affidamento sulla vicinanza delle strutture private e sui loro presidi di soccorso.