Kimana (Kenya), 19 agosto 2026 – Una misteriosa patologia ha ucciso, dalla fine di giugno ad oggi, circa 20 elefanti nel Kenya meridionale, in un’area al confine con la Tanzania nei pressi del monte Kilimangiaro. Si tratta della regione di Amboseli, divenuta famosa suo malgrado per questa epidemia che colpisce per lo più esemplari femmine o giovani di pachiderma. Gli animali morti nella suddetta zona hanno manifestato prima del decesso tutti i medesimi sintomi, soprattutto una paralisi parziale che non permetteva loro di rimanere in piedi con facilità.
L’ultima triste storia riguarda l’elefante maschio Gengis Khan, morto meno di una settimana dopo il manifestarsi dei sintomi nonostante le cure palliative con il glucosio effettuate dai veterinari. Al momento diversi specialisti non prendono in considerazione come causa principale quella dei pesticidi, nonostante la segnalazione di un’alta presenza di cianuro nelle carcasse degli animali da parte del Kenya Wildlife Service (Kws).
“Non si tratta di una sostanza chimica”
Gengis Khan era un elefante maschio di 11 anni deceduto dopo quasi una settimana di sofferenze e di difficoltà a rimanere in piedi, con gli occhi rossi e il respiro affannoso. Con il trapasso di questo esemplare salgono quindi a venti i pachidermi morti negli ultimi due mesi nella regione di Amboseli ai piedi del maestoso monte Kilimangiaro, nel sud del Kenya. La causa pare essere legata a una misteriosa epidemia di una patologia non ancora scoperta, che provoca negli animali una paresi parziale che rende loro difficile qualsiasi movimento.
“Gli elefanti colpiti dalla malattia camminano e respirano con difficoltà, sono agitati” ha rivelato Patrick Papatiti, responsabile delle operazioni per le Terre Comunitarie di Olgulului, delle quali fa parte la riserva naturale Kitenden B dove si trovava Gengis Khan. “Quando non riescono a camminare o a stare in piedi si sdraiano per terra. Alcuni poi lottano per uno, due o tre giorni finché non muoiono”. Sull’eventuale ipotesi dei pesticidi come causa primaria dell’epidemia e sulla presenza di cianuro nelle carcasse segnalata dal Kws, Papatiti scioglie ogni dubbio: “È una malattia – afferma –, dato che il cianuro non viene usato da nessuna parte qui”. L’esperto conclude lanciando un appello: “Insisto che la priorità deve essere scoprire cosa sta uccidendo i nostri elefanti, invece di perdere tempo a cercare un colpevole. Quanti altri elefanti dovranno morire prima che si possa fermare tutto questo?” si domanda l’esperto.
Altre ipotesi smentite
Sul tema ha parlato anche il responsabile dell’ecosistema di Amboseli nella contea di Kajiado, Joel Nyika: “Se non sono morti altri animali ‘spazzini’ (ovvero coloro che si nutrono delle carogne di altre specie), allora non si tratta di una sostanza chimica”.
Nyika ha inoltre bocciato l’ipotesi, lanciata sempre dal Kenya Wildlife Service, della presenza del cianuro in una pianta foraggera: in questo caso infatti sarebbero morti anche gli animali da allevamento delle comunità locali, ma il tutto fa pensare a una patologia che colpisce esclusivamente gli elefanti. Al momento il Kws ha concesso il via libera ai turisti di continuare a visitare la regione, escludendo che si tratti di una malattia contagiosa.
Anche Paula Kahumbu, presidente della fondazione Wildlife Direct, ha sottolineato l’assenza di prove a sostegno della teoria dei pesticidi formulando un’ipotesi concreta: sono pochi infatti gli elefanti maschi e adulti morti in questa epidemia, nonostante siano proprio loro stessi ad attaccare i raccolti ed entrare maggiormente in contatto con eventuali sostanze. Una situazione che pare essere davvero complicata, per un paese come il Kenya che vede nella sua fauna selvatica una fonte primaria di reddito turistico. Papatiti, infine, si dice preoccupato che il numero degli esemplari morti possa essere addirittura sottostimato e che l’epidemia possa diffondersi anche nel territorio della Tanzania.