Roma – Le notizie sono due, e la prima ribalta i pronostici: il governo è sempre più tentato dall’Election day in aprile. Finora l’ipotesi di accorpare politiche e amministrative era accolta a destra con improperi e scongiuri. A cambiare le carte in tavola è stata Giorgia Meloni: chi ha detto che l’accorpamento invoglierebbe i nostri a disertare le urne? Al contrario, è probabile che il voto politico nazionale trascini l’elettorato conservatore – di solito latitante alle comunali – non solo a decidere il prossimo Parlamento, ma anche a mettere una croce sui candidati sindaco di Roma, Milano o Torino la prossima primavera.
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La seconda notizia è invece ampiamente prevista: a un passo dal traguardo, ovvero dall’esame in Aula della riforma elettorale che inizia il 9, la maggioranza naviga ancora a vista. Il gong per gli emendamenti allo Stabilicum scoccato ieri a Palazzo Madama lo certifica. Le opposizioni hanno presentato oltre 650 modifiche (tra cui 8 condivise dai partiti del campo largo), mentre il centrodestra, pur serrando i ranghi sulle preferenze, procede in ordine sparso sui nodi cruciali. Come la norma anti-cespugli già ’fucilata’ dal Colle.
Su questo tema si gioca su due tavoli: c’è un testo sottoscritto da FdI, Lega, NM e centristi che fa disperdere i voti sotto l’1% (da non considerare cioè nel calcolo finale dei consensi di coalizione); Fratelli d’Italia si tiene però in tasca una proposta solitaria (targata Gelmetti) che alza la scure al 2%. Per il centrosinistra, dove proliferano cespugli e cespuglietti, è una differenza non da poco. Non passa inosservata la mancata adesione degli azzurri sulla norma che riformula quella introdotta alla Camera con lo sbarramento al 3% siglata dal forzista Paolo Emilio Russo. “Questione di stile”, garantiscono i colleghi.
La compattezza dello schieramento di governo si ritrova sulle preferenze, ma è un classico gioco delle tre carte. La proposta depositata reintroduce fino a tre voti di preferenza, con l’obbligo di alternanza di genere per la seconda e la terza. Peccato che la parità scompaia magicamente per i capilista: intoccabili, bloccati e immuni dal voto personale. Le minoranze si infuriano: “La soluzione trovata dalla maggioranza è una presa in giro”, riassume umori comuni Raffaella Paita (Italia Viva). Il fronte progressista risponde con otto emendamenti comuni tra cui preferenze per tutti, stop all’obbligo di indicare il premier nel programma, alternanza di genere reale e asticella del premio di maggioranza spostata dal 42 al 45%. “Le opposizioni hanno dato una bella prova di unità, mentre il centrodestra si spacca andando in tilt”, dichiara il senatore del Pd Dario Parrini.
La vera voragine nel centrodestra si apre sul ballottaggio. L’emendamento di Forza Italia – annunciato l’altro ieri – è scomparso dopo il vertice notturno tra i leader della coalizione (Meloni, Tajani, Salvini, Lupi). Questo non significa, spiegano dal partito azzurro, che abbiamo cambiato idea: “Su una materia così delicata e strategica è necessario privilegiare il dialogo, la coesione della coalizione e la ricerca di soluzioni condivise”, spiega la presidente dei senatori azzurri Stefania Craxi. Forza Italia, insomma, preferisce non esporsi: resta in vita solo l’iniziativa ’personale’ dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, che andrà direttamente in Aula per evitare al Governo di esprimere un parere già in Commissione, dove oggi inizia la discussione generale, e per trovare una via condivisa. Se ci sarà la fumata bianca l’emendamento sarà votato, altrimenti verrà ritirato per evitare pericolosi scivoloni. “È un tema ancora aperto”, riconosce il presidente della commissione Affari Costituzionali, Andrea De Priamo (FdI).
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Sì, perché la Lega allo stato pone il veto assoluto: “Guardate che noi il ballottaggio non lo votiamo, proprio non se ne parla”, ha avvertito il plenipotenziario del Carroccio per le riforme Roberto Calderoli. In via Bellerio il terrore ha un nome: Roberto Vannacci. Senza il ricatto del voto utile al primo turno, un’onda antisistema di destra potrebbe convergere in massa sul generale, portandolo alle stelle e affossando definitivamente Salvini. Si potrebbe discutere su quanto utile sia per un sistema democratico calibrare una legge elettorale sulla necessità di ostacolare un concorrente pericoloso. Ma è noto che in questa materia la politica italiana è spesso portata a dare il peggio di sé. Qualcosa di simile in fondo era già successo con il Rosatellum, legge pensata per mettere all’angolo l’allora detestatissimo Movimento 5 Stelle. Sappiamo tutti come è andata a finire.