Ci sono film che iniziano e, dopo pochi minuti, riescono a trasmetterti una strana sensazione di familiarità. È esattamente quello che mi è successo guardando L’uomo dei sussurri, il nuovo thriller arrivato su Netflix. Anzi, confesso che durante la visione ho controllato in più di un’occasione che si trattasse davvero di una nuova uscita e non di un film di qualche anno fa che avevo già visto e semplicemente dimenticato. E questo, probabilmente, racconta già molto della mia esperienza. Il film diretto da James Ashcroft, tratto dal bestseller di Alex North, ha un cast che promette moltissimo, con Robert De Niro, Adam Scott, Michelle Monaghan e Michael Keaton, e parte da una storia potenzialmente inquietante. Eppure, per quasi tutta la durata, non sono riuscita a liberarmi da una domanda: ma non abbiamo già visto tutto questo?
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L’uomo dei sussurri, la trama aveva tutte le carte per funzionare
La storia ci porta a Featherbank, dove Tom Kennedy, scrittore rimasto vedovo, cerca di ricominciare insieme al figlio Jake. Ma il passato della cittadina è tutt’altro che tranquillo: anni prima un serial killer conosciuto come L’uomo dei sussurri aveva rapito e ucciso dei bambini, prima di essere catturato. Quando nuove sparizioni sembrano riprodurre quel vecchio schema, il passato torna inevitabilmente a bussare alla porta. Ed entra in gioco anche Pete, padre di Tom ed ex detective che aveva arrestato il killer molti anni prima.
Sulla carta c’è praticamente tutto quello che dovrebbe piacermi in un thriller: una cittadina apparentemente tranquilla, un vecchio caso irrisolto almeno nelle sue conseguenze, un serial killer, bambini in pericolo, rapporti familiari complicati e quell’atmosfera cupa che dovrebbe insinuare nello spettatore il dubbio che qualcosa di terribile possa accadere da un momento all’altro. Il problema è che L’uomo dei sussurri mette insieme questi ingredienti senza riuscire davvero a trasformarli in qualcosa di nuovo. Ho avuto spesso la sensazione di conoscere già il percorso che il film avrebbe seguito, come se la sceneggiatura procedesse lungo binari tracciati da decine di thriller arrivati prima.
Quella sensazione di aver già visto L’uomo dei sussurri
Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha convinto meno. Non pretendo che ogni thriller reinventi il genere, sarebbe impossibile. Ma vorrei almeno trovare un elemento capace di sorprendermi, un personaggio che prenda una direzione inaspettata, un particolare che renda quella storia riconoscibile tra tante. In L’uomo dei sussurri questo guizzo mi è mancato. L’atmosfera è volutamente tenebrosa, la fotografia accompagna bene il senso di inquietudine e ci sono momenti nei quali la tensione funziona. Eppure tutto sembra appartenere a un immaginario che conosciamo fin troppo bene: il killer del passato, il nuovo mistero, il detective segnato da ciò che è accaduto, i rapporti irrisolti tra padre e figlio, i traumi che attraversano le generazioni.
Non a caso il film sembra guardare proprio alla tradizione dei grandi thriller psicologici degli anni Novanta. Il problema è che evocare quel cinema non significa necessariamente riuscire a recuperarne la forza. Anche altre recensioni hanno sottolineato la mancanza di novità del film e la sua vicinanza a un immaginario già consolidato. A me è mancata soprattutto quella tensione crescente che dovrebbe costringermi a continuare a guardare perché devo sapere cosa succederà. Ho continuato, certo, ma più per curiosità che per autentico coinvolgimento.
L’uomo dei sussurri: il cast è probabilmente la cosa migliore del film
E poi c’è il cast. Qui diventa difficile avere molto da ridire. Robert De Niro porta inevitabilmente peso al film e riesce a dare spessore a Pete anche senza bisogno di grandi eccessi. Adam Scott funziona bene nei panni di un padre che deve convivere con il dolore, la paura e con un rapporto familiare tutt’altro che semplice. Michael Keaton, poi, è uno di quei volti che bastano per cambiare immediatamente il tono di una scena. Anche Michelle Monaghan contribuisce a rendere credibile un universo narrativo che avrebbe però avuto bisogno, secondo me, di una scrittura più coraggiosa.
Ed è forse proprio la qualità degli interpreti a rendere ancora più evidente l’occasione sprecata. Con attori di questo livello mi aspettavo che L’uomo dei sussurri potesse andare oltre il classico thriller da catalogo Netflix. Avrei voluto che scavasse maggiormente nel rapporto tra padri e figli, nel peso degli errori del passato e nella paura di trasmettere alle generazioni successive i propri traumi. Il materiale per farlo c’era. Il film lo sfiora, lo suggerisce, ma troppo spesso torna a rifugiarsi nei meccanismi più convenzionali del genere.
L’uomo dei sussurri ci è piaciuto? Sì e no
La sensazione di déjà-vu nasce anche dal fatto che L’uomo dei sussurri sembra muoversi su territori che cinema e serie TV hanno esplorato molte volte. È difficile non pensare a Prisoners di Denis Villeneuve quando entrano in gioco bambini scomparsi, famiglie travolte dalla paura e un’indagine immersa in un’atmosfera nerissima. In alcuni momenti mi è tornato alla mente anche The Black Phone, soprattutto per quella paura costruita intorno ai bambini e a una presenza inquietante che sembra quasi trasformarsi in una leggenda. E poi ci sono inevitabilmente echi di Seven, per il tono cupo e il peso che il passato assume sull’indagine, ma anche di serie come The Sinner e soprattutto True Detective, dove il caso criminale diventa uno strumento per raccontare traumi, ossessioni e personaggi segnati da ciò che hanno vissuto.
Alla fine della visione sono rimasta con una sensazione piuttosto precisa: L’uomo dei sussurri non è un brutto film, ma avrebbe potuto essere decisamente migliore. È ben interpretato, ha una buona atmosfera e possiede una storia di partenza che avrebbe potuto regalarci un thriller psicologico molto più disturbante e profondo. Quello che manca è l’originalità. Manca quella scena che continui a ripensare dopo i titoli di coda, quella svolta che non avevi previsto, quella sensazione di aver visto qualcosa che appartiene davvero a questo film e non a molti altri.
E così torno alla sensazione avuta nei primi minuti: quella di stare guardando qualcosa che avevo già visto. Forse non questo film, naturalmente, ma questa storia sì, o almeno troppe storie che le assomigliano. Il paradosso è che L’uomo dei sussurri vorrebbe inquietare attraverso ciò che non conosciamo, mentre finisce per essere penalizzato proprio da ciò che conosciamo fin troppo bene. Il cast resta il suo punto di forza e rende la visione comunque piacevole per chi ama i thriller cupi e i racconti sui serial killer. Ma da una storia con queste premesse e da nomi come De Niro, Keaton, Scott e Monaghan, personalmente, mi aspettavo molti più sussurri capaci di farmi paura e decisamente meno déjà-vu.
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