Si infiamma la crisi nel Golfo, con l’Arabia Saudita che si vede costretta a chiudere provvisoriamente l’oleodotto chiave l’East-West pipeline dopo l’attacco con droni provenienti dall’Iraq avvenuto nei giorni scorsi. L’attacco è stato rivendicato dalle milizie filo-Teheran degli Houthi che fanno parte dell’Asse della resistenza iraniana. Le stesse milizie che in sole 36 ore hanno conquistato lo stretto di Bab el-Mandeb sul Mar Rosso, un’altra rotta del petrolio e del commercio mondiale. Il gruppo armato ha conquistato la costa sud-occidentale dello Yemen e l’isola di Perim che si trova davanti allo stretto. Dopo la crisi di Hormuz, anche Bab el-Mandeb rischia ora di diventare un nuovo collo di bottiglia per il petrolio e il commercio mondiale. E nella regione ci sono schierati anche dei militari italiani.
Quella degli Houti è stata un’avanzata rapidissima che ha colto di sorpresa le forze yemenite sostenute dall’Arabia Saudita. Secondo quanto raccontato dalla Cnn, i combattenti hanno concentrato sul fronte tutto quello che avevano. Gli organici ufficiali delle forze governative avevano invece sul campo solo il 20 per cento dei militari che ha sulla carta a causa dell’abbandono di diversi contingenti.
La conquista di Bab el-Mandeb e di Hormuz
La conquista di Bab el-Mandeb e di Hormuz hanno conseguenze strategiche che vanno oltre lo Yemen. Bab el-Mandeb apre infatti la strada dal Mar Rosso (che porta dritto al Mediterraneo) al Golfo di Aden. Hormuz controlla invece l’uscita dal Golfo Persico che bagna Paesi produttori di petrolio come Emirati, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita.
I problemi legati a Bab el-Mandeb, come rilevato dalle Nazioni Unite, a maggio 2024 avevano fatto crollare del 76 per cento il traffico delle navi in transito rispetto alla fine del 2023. Le compagnie avevano iniziato a evitare il Mar Rosso circumnavigando l’Africa, rotta che richiede circa dieci giorni in più di navigazione. Il traffico non è mai più tornato ai livelli precedenti anche dopo l’inizio dell’operazione navale europea Aspides, che dal 2024 protegge le navi commerciali nell’area grazie alle unità militari di supporto. Missione a cui partecipa anche l’Italia.
La nuova avanzata Houthi incombe quindi su una rotta che non aveva ancora recuperato la normalità. Il controllo della piccola isola di Perim che si trova nel mezzo dello stretto aggiunge agli Houthi un altro punto strategico all’ingresso del Mar Rosso. Bab el-Mandeb è largo una trentina di chilometri nel punto più stretto: avendo a disposizione anche Perim, per minacciare la navigazione ora basta usare una mitragliatrice montata su un pick-up e non i missili Cruise utilizzati in passato.
Il porto di Yanbu
Un altro punto importante nella crisi è il porto saudita di Yanbu che si trova sul Mar Rosso. Yanbu è diventato ancora più importante con la crisi di Hormuz dato che qui arriva l’East-West pipeline, oleodotto saudita lungo circa 1.200 chilometri che porta il greggio dai giacimenti dell’Est alla costa occidentale del Paese evitando Hormuz. L’infrastruttura diventata importantissima da quando è scoppiata la crisi di Hormuz trasporta circa 4-5 milioni di barili al giorno e corrisponde al 4 per cento dell’offerta mondiale. Ora è stato temporaneamente chiuso dopo un attacco di droni e il rischio concreto è che il petrolio possa schizzare a 120 dollari al barile.
Trump dichiara che non interverrà
Donald Trump, durante la sua visita in Irlanda per un torneo di golf in uno dei suoi resort, ha ribadito che la guerra in Iran finirà dopo le elezioni di Midterm, quando i prezzi del petrolio crolleranno. Il tycoon ha lasciato però intendere che non interverrà contro i ribelli yemeniti nonostante la loro conquista dello stretto di Bab el-Mandeb.
“Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi, non vogliono che li attacchiamo”, ha detto ai giornalisti The Donald, che giovedì scorso aveva già respinto la richiesta del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di bombardare i ribelli. Ma gli Houthi lo hanno smentito poco dopo. In un post su X, Hazem al-Assad, membro dell’ufficio politico di Ansarullah (Partigiani di Dio), l’organizzazione armata dei ribelli yemeniti, ha definito l’affermazione “infondata e falsa”, sottolineando che nessun funzionario del governo di Sana’a ha contattato la Casa Bianca. “Come al solito, con la sua abitudine di parlare a vanvera e raccontare bugie ridicole, il criminale Trump tesse narrazioni prive di fondamento. Ma la realtà lo descrive bene con il vecchio proverbio: ‘La mano che non puoi spezzare, baciala e prega affinché si spezzi’”, ha scritto Assad.
In realtà The Donald non vuole impantanarsi su un altro fronte di guerra, dopo quello altamente impopolare dell’Iran che rischia di costargli salato il voto di Midterm. La verità tuttavia è che ora ha perso un altro stretto, dopo quello di Hormuz. Se l’avanzata degli Houthi è una brutta notizia per gli Stati Uniti, è una notizia ancora peggiore per l’Arabia Saudita, che ora si trova fra due fuochi, priva dell’appoggio Usa e con le due principali rotte per l’esportazione del greggio sotto scacco. Riad è stata “colpita alle spalle” da nord, ossia dall’Iraq, Paese dove Teheran sostiene diverse milizie sciite e cellule autonome.
Il premier iracheno, Ali Al-Zaidi, ha condannato i raid, chiuso tre valichi di frontiera con l’Iran e rimosso il comandante militare iracheno nella provincia di Maysan, da dove sarebbero partiti i droni contro l’oleodotto Est-Ovest. L’Arabia Saudita ha scelto di non reagire con ritorsioni, ma si è riservata il diritto di “adottare tutte le misure necessarie” per proteggere i propri interessi.
Teheran sta ormai giocando su tavoli multipli e comunicanti, agganciando la guerra con gli Usa a tutti gli altri fronti: Libano, Gaza, Yemen. Dal vertice Brics in India, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha rassicurato che il suo Paese non è in guerra con l’Arabia Saudita, ma ha avvisato che “resta saldo di fronte agli Stati Uniti e al regime sionista e non cederà alle loro prepotenze”.
L’incontro saltato
Oggi a Muscat era previsto un incontro tra i Paesi del Golfo sull’accordo tra Iran e Oman in merito alle modalità di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ma, ha ammonito una fonte vicina al team negoziale di Teheran, l’intesa non avrebbe prevista la riapertura immediata dello Stretto che dipenderebbe interamente dal soddisfacimento, da parte degli Stati Uniti, delle sette condizioni poste dall’Iran.
L’Iran ha poi dichiarato che la riunione con i Paesi del Golfo è stata rinviata su richiesta dell’Arabia Saudita, che ha addotto come motivazione la guerra in Yemen. “È vero che l’Arabia Saudita ha chiesto di rinviare questo incontro”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei. “Citare la questione yemenita come motivo è un pretesto falso”, ha aggiunto durante una conferenza stampa a Teheran alla quale era presente l’Afp.
Cosa hanno colpito in Arabia Saudita i ribelli Houthi
Nell’attacco contro l’Arabia Saudita, i ribelli Houthi hanno affermato di aver preso di mira depositi di armi e centri di comando e controllo in una base militare nella regione di Sharurah, utilizzando missili balistici e droni. Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha dichiarato che l’operazione ha coinvolto un ampio lancio di missili balistici e droni, affermando che gli attacchi sono stati “precisi e diretti”. Saree ha precisato che l’attacco è stato condotto in risposta alle continue azioni militari saudite contro lo Yemen e ha avvertito che le operazioni future sarebbero state “più intense e di più ampia portata” e che si sarebbero spinte in profondità nel territorio saudita. Le autorità saudite non hanno rilasciato commenti immediati sulle rivendicazioni degli Houthi che nel frattempo hanno dichiarato che lo stretto di Bab el-Mandeb resterà chiuso solo alle petroliere saudite.
Onu, 86.000 sfollati a causa dei combattimenti in Yemen
La ripresa dei combattimenti in Yemen tra le forze governative e i ribelli Houthi ha causato finora lo sfollamento di quasi 86.000 persone, di cui 10mila solo nella giornata di domenica. Lo riferisce l’Onu. “Lo sfollamento in Yemen, il Paese più povero del mondo arabo, riguarda ora 85.818 persone”, ha dichiarato l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) in un comunicato. Questi spostamenti si sono verificati lungo tutta la costa occidentale e nella regione di Taiz, l’area più colpita, con circa 56.000 sfollati, ha specificato l’Oim. Mentre sono oltre 2.000 le persone fuggite da giovedì sera verso il piccolo Paese del Gibuti. Qui, gli sfollati, tra cui molte donne e bambini piccoli, sono stati trasportati in un centro a Obock (nel nord) dove stanno ricevendo assistenza, afferma l’Onu, avvertendo che si prevede un ulteriore afflusso di persone in fuga con l’intensificarsi dei combattimenti e che è necessario un maggiore supporto.
L’articolo Houti avanzano in Yemen, ora controllano lo stretto di Bab el-Mandeb sul Mar Rosso: perché Trump non vuole intervenire proviene da Blitz quotidiano.