“Fece soffrire una cagnolina”. Veterinario dovrà risarcire i padroni dell’animale

Un veterinario dovrà risarcire i danni ai “compagni umani” di una cagnolina per le sofferenze patite dall’animale, ritenute “evitabili e non adeguatamente impedite”. Lo ha deciso la Corte d’appello di Firenze che – ribaltando una sentenza del tribunale di Livorno – ha condannato un professionista a pagare un indennizzo complessivo di 7.950 euro per danni patrimoniali e non patrimoniali, perché se è vero che non provocò la morte di un esemplare di cocker spaniel, tuttavia “omise di alleviarne le sofferenze”.

I fatti risalgono all’autunno del 2017. Una canina cocker spaniel, 13 anni, venne colpita da improvvisa emorragia in bocca e portata d’urgenza dal veterinario. Dopo vari interventi chirurgici, fu trasferita in una clinica veterinaria a Pisa, ma non riuscì a salvarsi. I due proprietari si rivolsero al tribunale di Livorno per ottenere un risarcimento, ritenendo che sebbene il veterinario non avesse causato la morte della cocker, avrebbe comunque procurato e non evitato la sofferenza dell’animale. La richiesta fu respinta. Contro la sentenza, la coppia propose ricorso in appello.

“L’ultimo ventennio – si legge nella sentenza della Corte d’Appello – ha visto mutare profondamente la concezione del rapporto tra uomo e animale d’affezione: la relazione che lega il cane, il gatto e in generale ogni animale domestico al suo padrone – ma sarebbe più corretto dire al suo compagno umano – è stata riconosciuta, normata e tutelata in modo crescente negli ultimi anni”. E concludono: “Chiunque condivida la propria casa e la propria vita con un animale domestico sa bene che il rapporto affettivo che si instaura è così profondo da poter essere assimilato senza forzatura alcuna ad un rapporto familiare”.

Per la Corte d’Appello fiorentina, la sofferenza del cane e quindi quella del proprietario ha valore perché l’eccezione che il cane sia una mera res, è da considerarsi obsoleta. Gli umani, sottolineano i giudici, hanno una particolare responsabilità di cura. “Il fatto che gli animali non possano curarsi da soli determina, in quegli esseri umani che abbiano istaurato un rapporto significativo coi propri animali domestici, un senso profondo di responsabilità nei loro riguardi – si legge ancora in sentenza – Dunque, ribadito che nel caso in esame gli attori non hanno chiesto il risarcimento del danno per il dolore provato per la morte della propria cagnolina, ma per quello correlato al non averle evitato le sofferenze evitabili. Si deve affermare che tale intima sofferenza patita dagli appellanti merita di essere risarcita”.

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