La guerra ibrida di Mosca. Strategia anti Ucraina bersagliando l’Europa

Roma, 28 settembre 2026 – La notizia pubblicata giovedì dal quotidiano spagnolo El Mundo, secondo la quale l’intelligence americana avrebbe raccolto informazioni su un piano russo per colpire Italia, Francia o Spagna con droni trasportati da navi mercantili nel Mediterraneo, informandone i governi interessati, non ha, per ora, trovato conferme. Ha trovato invece due importanti smentite. A Roma, quella del ministro della Difesa Guido Crosetto; a Parigi quella del presidente francese Emmanuel Macron, durante un’intervista su TF1 e France 2. Ma, smentendo la notizia di El Mundo, Macron ha contestualmente confermato che la minaccia russa contro l’Europa è concreta e sta aumentando.

Nella stessa intervista il presidente francese ha parlato infatti di un aumento della tensione e di atti ostili russi che nelle ultime settimane “si sono moltiplicati” in Europa, un’Europa ormai divenuta “la profondità strategica dell’Ucraina”. Poiché sono gli europei a sostenere Kyiv, anche il territorio europeo può diventare un bersaglio. Non a caso, la settimana precedente Macron aveva riunito all’Eliseo i leader delle forze politiche e i candidati alle presidenziali insieme ai responsabili dei servizi e della sicurezza per informarli sull’evoluzione della minaccia. E segnali analoghi arrivano da altri Paesi europei. L’intelligence militare danese in un rapporto pubblicato il 24 settembre valuta “basso ma crescente” il rischio che Mosca conduca un’azione militare limitata contro uno o più Paesi Nato confinanti con la Russia e prevede nei prossimi mesi un’intensificazione della guerra ibrida. Del resto, nelle ultime settimane si sono intensificati sabotaggi, cyberattacchi e incursioni di droni.

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C’è una logica in questa escalation. Con gli Stati Uniti di Donald Trump molto meno presenti nel sostegno all’Ucraina e divenuti un alleato meno affidabile, il peso dell’Europa è cresciuto. Armi, finanziamenti, capacità industriale e sostegno politico europei sono diventati ancora più importanti. È anche questo il significato della “profondità strategica” di Macron: le retrovie della guerra non finiscono al confine ucraino. Per Mosca, di fronte a un conflitto che non riesce a risolvere militarmente e mentre viene colpita anche sul proprio territorio, diventa quindi razionale aumentare il costo del sostegno a Kyiv senza oltrepassare la soglia che imporrebbe una risposta militare della Nato, ma facendo nascere nei cittadini europei una domanda: vale la pena continuare ad aiutare l’Ucraina se il prezzo è portare l’insicurezza dentro casa nostra?

È ciò che alcuni studi definiscono “coercizione sotto la soglia della guerra”: una pressione per aumentare i costi delle decisioni europee e indebolire il sostegno all’Ucraina. L’Hcss, Hague Centre for Strategic Studies, ha recentemente osservato che trattare ogni episodio come un incidente separato impedisce di coglierne la possibile logica complessiva. Una logica che sfrutta anche la complessità delle due organizzazioni prese di mira, Nato e soprattutto Unione europea, i cui processi decisionali, soprattutto sulle questioni di politica estera e sicurezza, possono richiedere il consenso di tutti i membri. Il vero bersaglio degli attacchi russi sotto la soglia del conflitto aperto sono dunque i decisori politici dell’Ue, della Nato e delle coalizioni ad hoc che, con le loro scelte, sostengono lo sforzo bellico ucraino. Decisori a loro volta esposti alle pressioni delle rispettive opinioni pubbliche. Qui emerge un apparente paradosso. Mosca nega sistematicamente il proprio coinvolgimento in queste operazioni e le forze politiche più vicine alle sue posizioni tendono spesso a minimizzare la minaccia russa. Ma le due cose non sono necessariamente in contraddizione. La coercizione sotto soglia non richiede che i cittadini attribuiscano con certezza ogni sabotaggio al Cremlino. È sufficiente che aumentino l’incertezza, il senso di insicurezza e la percezione del costo del sostegno all’Ucraina. Il messaggio non deve essere necessariamente “siamo stati noi”, ma può essere semplicemente: continuando su questa strada, l’Europa diventerà meno sicura.

Ed è anche per questo che notizie come quella di El Mundo, quando non trovano conferme, possono produrre danni. In Italia Matteo Salvini, come noto non antipatizzante della Russia, ha già definito “irresponsabile” rilanciare “notizie prive di qualsiasi fondamento”, contrapponendo agli “allarmismi che alimentano tensioni e venti di guerra” la necessità di “parole di pace”.

Una notizia dubbia su una minaccia reale indebolisce la convinzione che quella minaccia esista. E offre un argomento potente a chi da tempo interpreta gli allarmi europei come costruzioni di élite guerrafondaie che cercano lo scontro con Mosca. Per questo media e leader politici europei hanno una responsabilità particolare: informare correttamente, senza gridare inutilmente al lupo, ma senza nascondere la realtà. La credibilità dell’informazione è essa stessa parte della sicurezza europea.