Non ha guidato eserciti né firmato trattati di pace. Ha combattuto le sue battaglie nelle aule dei tribunali, sfidando discriminazioni, dittature e crimini di guerra. Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, giurista sudafricana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2026. Un riconoscimento che arriva in un momento in cui il diritto internazionale appare sempre più fragile di fronte alla forza delle grandi potenze.
Chi è “Navi” Pillay: dall’apartheid ai tribunali internazionali
Nata nel 1941 a Durban, in Sudafrica, da una famiglia di origini tamil indiane, Pillay cresce sotto il regime dell’apartheid. Conosce personalmente la segregazione razziale e decide di combatterla attraverso la legge. Nel 1967 diventa la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, in un Paese dove essere donna e non bianca significa affrontare ostacoli enormi. Difende attivisti anti-apartheid, tra cui Nelson Mandela, e si afferma come una delle figure più autorevoli della battaglia per i diritti civili.
Dal Ruanda all’Onu: la giustizia contro i genocidi
La sua carriera assume presto una dimensione internazionale. Diventa giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, impegnato a perseguire i responsabili del genocidio del 1994, e successivamente della Corte penale internazionale. Dal 2008 al 2014 ricopre l’incarico di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Un percorso che la porta a confrontarsi con alcune delle peggiori atrocità contemporanee. Oggi partecipa, come giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia, al procedimento sul presunto genocidio dei Rohingya in Myanmar.
Gaza, le accuse a Israele (e le polemiche)
Tra gli incarichi più controversi figura la presidenza della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Nel 2025 la Commissione conclude che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza. Una valutazione duramente respinta con fermezza dal governo Netanyahu, che contesta le conclusioni dell’indagine. Il lavoro di Pillay si colloca così al centro di uno degli scontri politici e giuridici più accesi degli ultimi anni.
Perché il Nobel è anche un messaggio politico
Il Comitato norvegese ha premiato Pillay per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale, sottolineandone il contributo alla repressione dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e dei genocidi. “Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump”, ha detto scherzando lei. Già, perché come spesso accade in questi casi, la scelta assume inevitabilmente anche un significato politico. In un mondo segnato da conflitti e crescenti attacchi alle istituzioni giudiziarie internazionali, Oslo riafferma un principio, o almeno ci prova: nessun potere dovrebbe essere al di sopra della legge. Il Nobel sarà consegnato il 10 dicembre a Oslo.