Stefano Sollima riporta su Netflix, oggi 9 ottobre 2026, il caso del Mostro di Firenze. La seconda stagione mette al centro Pietro Pacciani e riapre uno dei capitoli più controversi della cronaca italiana: processi, dubbi, piste seguite e poi abbandonate, verità giudiziarie rimaste a metà.
Dopo il primo racconto dedicato alla pista sarda, la serie cambia punto di vista e si avvicina al contadino di Mercatale, ai suoi rapporti, ai presunti complici passati alle cronache come “compagni di merenda”. Un terreno scivoloso. Perché, in questa storia, la cronaca non è mai riuscita a diventare una risposta definitiva.
Dalla pista sarda ai “compagni di merenda”: la seconda stagione cambia sguardo
La nuova stagione de Il Mostro, come ha raccontato Stefano Sollima in un’intervista a Variety, riparte dal lavoro già iniziato e sposta il centro del racconto: dalla pista sarda alla vicenda di Pietro Pacciani e dei suoi presunti complici.
“Nella prima parte abbiamo trattato la cosiddetta pista sarda”, ha spiegato il regista, ricordando come la serie abbia seguito le principali indagini e le persone finite, negli anni, sotto accusa. Ora il racconto entra in un passaggio diverso, più vicino ai processi degli anni Novanta e a quella definizione, “compagni di merenda”, diventata nota anche fuori dalle aule di giustizia.
Dietro un’espressione quasi grottesca, però, restano otto duplici omicidi, sedici vittime e una paura che attraversò la Toscana dalla fine degli anni Sessanta al 1985. La serie, almeno nelle intenzioni dichiarate, non cerca scorciatoie. Riparte dalle ipotesi, dalle coincidenze, dalle ricostruzioni degli investigatori. E anche da ciò che, in tribunale, non ha retto fino in fondo.
Pietro Pacciani al centro: la condanna, l’assoluzione e quel processo mai celebrato
Al centro della seconda stagione c’è Pietro Pacciani, figura ruvida, discussa, condannata in primo grado per i delitti attribuiti al Mostro di Firenze e poi assolta in appello.
La sua vicenda giudiziaria non arrivò mai a una chiusura vera: Pacciani morì nel 1998, prima che si celebrasse un nuovo processo dopo l’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione. È proprio questo vuoto, più che una risposta, a rendere ancora oggi il caso così difficile da raccontare.
Sollima sembra muoversi lì, nello spazio stretto fra sentenza, sospetto e racconto pubblico. La serie ricostruisce la storia personale del contadino, i rapporti familiari, la provincia, le frequentazioni finite nell’inchiesta. Senza perdere di vista un punto decisivo: per la giustizia italiana, una verità definitiva sull’identità del Mostro non è mai stata stabilita. Una frase semplice. Ma ancora pesante.
Atti giudiziari e testimonianze: così Sollima ricostruisce un caso irrisolto
Per non scivolare nella pura suggestione, Sollima ha detto di aver lavorato sugli atti giudiziari e sulle testimonianze di persone coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle indagini. “
Tutto ciò che vedete riflette quanto contenuto negli atti e quanto è realmente accaduto”, ha spiegato il regista, indicando il perimetro del progetto. Il punto, però, non è trasformare le carte processuali in una sentenza televisiva.
La seconda stagione di Il Mostro prova piuttosto a mostrare come gli investigatori arrivarono a certe convinzioni, quali elementi considerarono importanti, perché alcune coincidenze sembrarono decisive in determinati momenti.
“Il modo in cui viene presentata l’ipotesi investigativa è piuttosto avvincente e sorprendente”, ha ammesso Sollima. Ma ha aggiunto anche che quelle coincidenze non bastano a provare una colpevolezza. Una precisazione necessaria, quasi obbligata, davanti a un caso ancora discusso da storici, criminologi, magistrati e familiari delle vittime. Qui la cronaca non concede finali facili.
Tra cronaca e cinema: raccontare il Mostro senza trasformare le ipotesi in sentenze
La sfida più difficile, per Stefano Sollima, è tenere insieme accuratezza storica e racconto cinematografico, senza forzare l’una al servizio dell’altro. Il regista lo ha spiegato con una formula netta: bisogna “immergersi nella prospettiva degli investigatori”, credere per un momento a ciò in cui credevano loro, ma senza emettere giudizi morali sui personaggi rappresentati. Un equilibrio scomodo, soprattutto quando al centro ci sono sedici vittime, famiglie segnate per sempre e un Paese che ha seguito il caso tra paura, morbosità e bisogno di trovare un colpevole.
La serie antologica, nelle intenzioni, racconta ogni fase dell’inchiesta da punti di vista diversi, mostrando come nel tempo siano emerse teorie concorrenti, piste abbandonate, sospetti poi riconsiderati. Il rischio, quando si parla del Mostro di Firenze, è sempre lo stesso: trasformare un’ipotesi investigativa in una verità narrativa. Sollima prova a evitarlo restando dentro le carte, ma anche dentro le zone grigie. Dove il cinema può illuminare. Non assolvere, né condannare.