Extraprofitti, la tassa della discordia. Sul contributo forzoso quattro anni di polemiche

Milano, 17 ottobre 2026 – Anche quest’anno, per il quarto di seguito, va in onda lo scontro tra banche e governo Meloni su extraprofitti e contributo alla manovra economica. La coperta è corta e Palazzo Chigi ha ormai trovato nel fronte bancario, obtocorto collo, un finanziatore della propria politica fiscale. Un caso quasi unico in Europa di banche-bancomat, se si esclude il governo spagnolo di Pedro Sanchez, che, per questa scelta, era stato citato la scorsa estate da Matteo Salvini come un modello da seguire. Da allora, però, non se ne era più parlato e adesso arriva la doccia fredda: le banche dovranno versare 5 miliardi (forse anche 6, ha detto Salvini che non vuole mettere “limiti alla provvidenza”) e per di più sotto forme “non concordate”. “Nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbano essere mazzolati”, ha osservato da Napoli il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, il quale, al settimo mandato, si è preso qualche licenza poetica per far capire che si sta tirando troppo la corda. “Dobbiamo garantire a risparmiatori e investitori, italiani e non, che ci sia certezza di diritto per chi investe in azioni delle banche”. E poi, questo il ragionamento in sintesi di Patuelli, basta con questo mito dei facili guadagni delle banche.

In fondo, ci sono incertezze anche elettorali in Europa nei prossimi mesi e che ci siano istituti di credito solidi è un vantaggio per tutti (leggi, tra le righe, l’ipotesi di mettere un limite all’acquisto di titoli di stato di cui si sta discutendo a Bruxelles). Il presidente dell’Abi, però, non ha alzato una barriera consapevole del fatto che poi col governo si dovrà andare a trattare su entità e modalità di questo contributo. Per il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sarà “sostenibile”. Di fatto è la conferma di una prassi che il governo sta consolidando grazie anche a una narrazione vendibile in termini elettorali: le banche e anche le assicurazioni, devono contribuire al budget pubblico in modo che si possa andare in pensione prima, si possano avere più poliziotti nelle strade e far pagare meno tasse alle partite iva.

In un frame da video, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgett in aula per la seduta sul Documento programmatico di finanza pubblica, Roma, 13 ottobre 2026 ANSA / ufficio stampa Camera Deputati ++FOTO DIFFUSA DALL’UFFICIO STAMPA – USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO – NON ARCHIVIARE – FOTO NON IN VENDITA – DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI – NPK+++

Ma com’è finita gli altri anni? La prima volta che si è parlato di tassare gli extraprofitti, termine a dire il vero sconosciuto a contabili ed economisti, è stato nel 2023, a un anno dall’insediamento del governo. È stato per Giorgetti un banco di prova per affinare la strategia. Quell’anno, la sbandierata tassa si è tradotta in un regalo miliardario alle banche secondo tutti gli osservatori economici. Come alternativa all’obbligo di versare il balzello fu, infatti, offerto agli istituti di credito la possibilità di trasformare la somma moltiplicata per 2,5 in una riserva di capitale. Nel 2024, la tassa è diventata il versamento anticipato di imposte differite (le cosiddette Dta) con il diritto per le banche di recuperare negli anni successivi le somme sotto forma di crediti fiscali. Nel 2025, è stata la telefonata tra Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, da sempre sostenitore del ruolo sociale delle banche, e la premier Giorgia Meloni a trovare una sintesi dopo un confronto molto duro. Ma quell’accordo, che consiste nel versamento, sotto varie forme compreso un aumento dell’Irap, di 10 miliardi in tre anni non è abbastanza per Palazzo Chigi. Chissà se sarà ancora una telefonata a sbloccare la situazione.