Milano, 30 ottobre 2026 – Figlio di un ex pilota d’elicotteri dell’Army Air Corps, James Blunt è abituato a staccare l’ombra da terra. A rimanersene sospeso tra cielo e terra. E il nuovo album “Airplane mode” scivola proprio in questa sua urgenza d’immaterialità, in questo suo bisogno di fendere il nulla come le pale del grande mulino a vento ereditato dal padre nella sonnacchiosa Cley next the Sea, davanti cui ha inseguiva i suoi sogni di bambino tra le dune e paludi del Norfolk.
Fantasie sfrenate proprio come quella di diventare una stella da hit-parade abbracciata a trent’anni grazie al successo del album di debutto “Back to Bedlam”.
“Subito dopo, però, arrivarono le difficoltà dovute alla fortissima esposizione mediatica, che mi spinsero a cercare un po’ di quiete qui ad Ibiza per incidere un secondo disco come ‘All the lost souls’ molto più isolato e malinconico del predecessore” racconta dal patio della sua soleggiata casa di Ibiza Mr. Blunt, all’anagrafe James Hillier Blount, che di anni ne ha ora 52 e a febbraio torna in concerto da queste parti con tappe il 27 al Forum di Assago e il 28 al Mandela Forum di Firenze. “Successivamente sono entrato pienamente nei meccanismi dell’industria discografica: pubblicando album ogni due anni e scrivendo canzoni alla ricerca del gradimento di radio e discografia. Ma quando provi ad accontentare tutti rischi sempre che il risultato finale appaia un po’ grigio. E così a volte è stato”.
Una specie di tunnel.
“Cinque anni fa, però, alla pubblicazione della compilation di successi ‘The stars beneath my feet’, il primo pensiero è stato che di solito certe operazioni su fanno quando un artista si ritira o muore. Così, ritenendomi ormai per l’industria ‘musicalmente defunto’, mi sono sentito libero da ogni pressione commerciale dimenticandomi di dover rincorrere i gusti delle radio e del pubblico. Ne è venuto fuori un album più scuro e introspettivo di altri: non una conversazione rivolta all’esterno, ma un dialogo sincero e senza filtri con me stesso”.
Tre canzoni di “Airplane mode” da mettere subito nella playlist?
“Ognuna per me ha un significato speciale, ma se dovessi suggerirne tre da cui partire, direi ‘Circles’, perché dal punto di vista musicale rappresenta esattamente il suono in cui mi identifico e affronta un tema universale come la paura di cambiare lavoro o relazione. La seconda potrebbe essere ‘Time to Time’, brano grintoso e doloroso che parla di desiderio e solitudine, mentre come terza punterei su ‘Modern love’, che descrive la sensazione di diventare invisibili e di sentirsi una semplice parte della macchina quando ci si alza la mattina per andare a lavorare. C’è poi ‘Dancing in my head’, pezzo molto speciale dedicato a mia moglie (nel precedente album le aveva dedicato ‘All the love that I ever needed’ – ndr)”.
A proposito, sua moglie è Sofia Wellesley, nipote dell’VIII Duca di Wellington Arthur Wellesley, che le ha dato due figli. Il maggiore ha avuto per padrino Ed Sheeran e per madrina la compianta Carrie Fisher, sua “best friend ever” a cui ha dedicato pure “Dark Thought”.
“In quella canzone, racconto una storia tanto intima quanto dolente; quella di quando, a Beverly Hills, sono passato davanti a casa di Carrie mi sono commosso davanti al cartello ‘vendesi’. Anche se, nella realtà, le cose sono andate in maniera un po’ più surreale. È arrivato, infatti, un autobus di turisti e la guida ha detto al microfono: ‘Sulla sinistra potete vedere la casa della grande e amata Carrie Fisher, a cui fans come quello lì rendono omaggio ancora oggi’. ‘Quello lì’ ero io che piangevo a dirotto davanti al cancello”.
Seguendo una tradizione di famiglia, lei ha prestato servizio per sei anni nella Royal Army. Ma oggi è in prima fila in numerose cause umanitarie, che impressione le fanno i conflitti internazionali che sconvolgono il mondo attualmente?
“Non sono un politico, ma un musicista. Quindi, la mia opinione è personale e non costituisce certo un modello per il mondo, ma, avendo vissuto direttamente l’esperienza della guerra durante il conflitto in Kosovo nel 1999, so bene che spesso sono i politici a voler espandere il proprio potere o creare una propria eredità a spese dei giovani uomini e donne mandati al fronte a rischiare, e a volte perdere, la vita. Purtroppo, viviamo in un’epoca triste in cui la politica, i media e gli algoritmi dei social network sottolineano continuamente le differenze anziché promuovere il dialogo empatico tra gli esseri umani. La musica ha l’immensa fortuna di unire le persone: quando mi esibisco in Italia, Germania, Cina o negli Stati Uniti, tutti si connettono con le medesime emozioni umane, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione o dall’orientamento politico”.
Il legame col pubblico italiano va avanti da ventidue anni.
“Venire a suonare in Italia è sempre un’emozione e un piacere immenso. Se il pubblico inglese è notoriamente più riservato, gli italiani hanno la musica nel sangue, cantano ogni singola frase e ti sostengono durante tutto lo show. La mia storia con l’Italia è speciale perché il mio primo successo internazionale, ‘High’, è esploso prima di tutto proprio da voi. Inoltre, ho avuto l’onore di esibirmi in anfiteatri romani di duemila anni fa, a Taormina nel 2014 perfino con l’Etna in eruzione alle spalle: luoghi magici in cui le persone si radunano da secoli. Se per abitare dovessi prendere in considerazione un’alternativa ad Ibiza, sarebbe sicuramente in Italia. Tra l’altro sto prendendo lezioni di canto lirico e trovo enorme ispirazione nell’opera italiana e in grandi voci come Pavarotti. Nel 2008 ho collaborato con Laura Pausini ad una versione a due voci della sua ‘Primavera in anticipo’ di cui conservo ancora un piacevolissimo ricordo”.
Quali altri progetti appuntati in agenda?
“Sono sempre dell’idea di non rinviare a domani quello che posso fare oggi. Oltre alla musica e alle lunghe tournée (l’ultima è durata 21 mesi – ndr), ho riqualificato uno storico pub londinese che sta lì da 170 anni e che per me ha il valore sociale di un anfiteatro romano. Proprio di recente ne ho acquistato un secondo a Hammersmith, il Carpenters’ Arms, avviando subito i relativi lavori di ristrutturazione. Quindi, diciamo che i miei due principali progetti di vita rimangono la musica e il buon alcol”.