JOHN MACDOUGALL via Getty Images
Altro che disturbo bipolare “di tipo II”, altro che elettrochoc, al diavolo le meravigliose divagazioni sullo yoga, dimenticate i rimpianti borghesi del sessantenne bianco francese con “tendenza all’autodistruzione” che “si è manifestata con una violenza senza precedenti e mi ha scacciato per sempre dal mio recinto”.
Il cuore nero di Yoga, ultima faticaccia di Emmanuel Carrère, è a pagina 155 dell’edizione italiana Adelphi: “Ogni libro impone le proprie regole specifiche, che non vengono stabilite a priori ma scoperte in corso d’opera. Di questo non posso dire quello che con orgoglio ho detto di molti altri: ‘È tutto vero’”.
Conoscendo Carrère, attraverso i suoi libri, ovviamente, e quindi meglio di molti dei nostri parenti, si può ragionevolmente immaginare lo sconcerto che lo scrittore deve aver provato nell’ammettere la propria sconfitta narrativa e quindi esistenziale. Si può immaginare qualcosa di molto vicino all’orrore assoluto, da lui blandito, accarezzato e finalmente (?) in Yoga attraversato. Se la letteratura è “il luogo in cui non si mente”, siamo giunti al cortocircuito dell’autofiction, il genere praticato ossessivamente-compulsivamente e molto brillantemente dall’autore de L’avversario, Vite che non sono le mie, Limonov etc etc. Da un autore che teorizza platealmente che ha sempre scritto, e quindi vissuto, per raccontare se stesso: “Io mi occupo soprattutto di cosa significa essere me”. E “forse fin troppo”, ammette.
Forse fin troppo, deve averlo pensato anche l’ormai sua celebre moglie Hélène che negli accordi post-matrimoniali aveva imposto di non parlare di lei nei suoi libri. “Sono costretto – scrive EC nella fatidica pagina 155 – a snaturare qualcosa, a trasporre qualcos’altro, a eliminare qualcos’atro ancora, soprattutto a eliminare, perché su di me posso dire tutto quello che voglio, comprese le verità meno lusinghiere, ma sugli altri no. Non mi arrogo il diritto né provo in fondo il desiderio di parlare di una crisi che non è l’oggetto di questo racconto, quindi mentirò per omissione e passerò direttamente alle conseguenze psicologiche e perfino psichiatriche che questa crisi ha avuto su di me e solo su di me”.
Forse fin troppo, lo devono aver pensato tutti quelli che si sono sentiti tirati in ballo nei suoi libri, e nei libri di autori più o meno bravi e di successo. Non tutti vogliono essere un personaggio di un romanzo, o meglio non tutti vogliono essere raccontati per quel che realmente sono. L’orrore – o nella migliore delle ipotesi, la banalità – appena percepito delle proprie vite è sufficiente, renderlo esplicito fa male, e produce a breve termine anche una serie di fastidi non trascurabili, rotture di amicizie, crisi coniugali, telefonini bloccati.
La discussione sui limiti di ciò che sia lecito raccontare di sé in rapporto agli altri, e dunque degli altri, porterebbe molto lontano, “addirittura a Dante”, per citare l’editor Adelphi Matteo Codignola, sentito qualche anno fa in occasione di un libretto “non fiction” sul Tennis. Insomma per farla breve, essere messi in piazza non è piacevole per nessuno e implica soprattutto il tradimento di patti non scritti, fondati sul sangue o su intimità assolute.
Come l’intimità sessuale – generatrice della crisi, pare – con una silenziosa e misteriosa donna dei gemelli (statuetta con yin e yang) che in parte è inventata, ammette lui. Come è parzialmente inventata l’altra protagonista, la volontaria umanitaria, preziosa e sfigata Frederica. D’altro canto, scrive sempre Carrère ”è quello che accade, credo fatalmente, non appena cominci a cambiare i nomi propri: la finzione prende il sopravvento”. Ma, citando il citato Lenin, “bisogna lavorare con il materiale a disposizione”. E in questo caso, chissà in futuro, anche ammettere che la massima della tua autorevole madre – “un libro giustifica tutto” – può essere una sonora cazzata.