Alan Sorrenti: “Figli delle stelle doveva intitolarsi Heaven. Donne sbagliate, certe sostanze: c’è chi con la droga è morto, a me non è successo”

Milano – “Appena finito di scrivere il testo ho capito che il brano poteva funzionare, ma solo anni dopo ho avuto la consapevolezza del suo valore: essere figli delle stelle oggi ha più senso che allora, perché significa credere in un mondo senza divisioni, muri, barriere, quindi senza guerre”. Alan Sorrenti, 75 anni, ha vinto la sua sfida più importante: coniugare in un unico sentire, e praticarlo nella vita di ogni giorno, il suo credo artistico e quello religioso. “Mi sono convertito al buddismo quasi quarant’anni fa – racconta – seguo gli insegnamenti della scuola di Nichiren Daishonin, monaco giapponese, e, come membro della Soka Gakkai International, nel mio piccolo cerco, col mio impegno, di dare un senso alle lotte ai sogni della mia generazione. Possiamo farcela”.

Quanto a “Figli delle Stelle”, il suo album più celebre, uscito nel 1977 e l’anno dopo diventato l’ottavo disco più venduto in Italia, a quasi mezzo secolo di distanza torna in versione vinile, per la serie “Studio Original Master”, pensata dalla Universal per gli audiofili. “Quell’album e soprattutto la canzone che gli dà il titolo – continua Sorrenti – sono qualcosa che appartiene a tutti e per questo continuano a piacere senza perdere la loro forza evocativa”.

Cosa significa essere figli delle stelle?

“Il termine rimanda a un momento degli anni Settanta in cui si viveva di incontri fugaci, persone che entravano in contatto per poi perdersi altrettanto velocemente. Si viveva così. Ma il concetto alla base della canzone è l’appartenenza di tutti all’universo. Sognatori sì, ma con i piedi piantati per terra. Sempre in viaggio verso la libertà”.

Prima di quel disco lei era vicino al progressive rock e alla sperimentazione: cosa l’ha spinta verso un suono più pop e vicino alla dance?

“L’Africa. Durante un viaggio in Senegal ho scoperto il ritmo. Sentieri, piste rosse e quella dimensione che non avevo mai esplorato. Registravo dal vivo, alle due di notte, nei villaggi, sotto le stelle. E scoprivo un linguaggio nuovo. Il resto è arrivato a Los Angeles, nello studio dove sono andato a registrare l’album, con il produttore Jay Graydon. Lo stesso di Al Jarreau, Barbra Streisand, Diana Ross”.

Figli delle stelle di Alan Sorrenti

Figli delle stelle è diventata un’icona della musica italiana: ricorda il momento in cui hai capito che quella canzone avrebbe avuto un impatto così forte?

“Ricordo quando l’ho scritta, atmosfere brasiliane nella testa e un bellissimo cielo stellato sopra di me. Doveva intitolarsi Heaven. Sentivo che, con quel giro di chitarra, il brano suonava bene. Ma quanto è successo dopo è andato oltre la mia immaginazione. Sicuramente un successo così è arrivato perché la canzone intercettava altre correnti, altri mondi, come quello della moda”.

E oggi?

“Noi ragazzi di allora eravamo alla ricerca di un modo di essere. Puntavamo ad essere liberi e felici. Molti andavano in India. Io ci sono andato solo un paio di anni fa. Ho chiesto alla gente di Goa: ‘Ma cosa cercavano qui tutti quei capelloni?’. Nessuno lo sa. Non lo sapevamo neppure noi, ai tempi. Oggi sì: era ricerca della libertà. Noi non abbiamo fallito, la mia generazione non ha perso. I semi sparsi stanno germogliando adesso. Lo vedo dallo stile di vita di molti ragazzi”.

Cosa vede?

“Ricerca di spiritualità. A Nuova Delhi mi ha colpito un enorme tempio a forma di Loto, pensato per tutte le religioni. Un grande spazio, senza barriere. Chi l’ha costruito puntava a un mondo senza divisioni”.

Un mondo possibile?

“Bisogna provare a costruirlo. Sarebbe la più grande impresa del genere umano. Da buddista ci credo e opero per preservare la dignità della vita”.

Viaggia molto.

“Soprattutto in Medio Oriente, dove c’è un grande senso della dignità della vita umana. Guardi come i Paesi del Golfo stanno vivendo la guerra. Si difendono, se bombardati, ma rifiutano di lasciarsi coinvolgere. È il modo di essere di quella gente e di quella cultura”.

Ha ereditato qualcosa?

“La voce, un dono di famiglia”.

Alan Sorrenti

A chi sente di dover dire grazie?

“Devo molto a Paolo Giaccio che ascoltò il mio primo provino su una cassetta e a Corrado Bacchelli, il mio primo produttore: ha capito dove stavo andando quando io non sapevo neppure dove andare”.

Chi è Alan Sorrenti?

“Un’anima pura che ha dovuto contaminarsi strada facendo. Oggi sto recuperando la purezza degli inizi, con in più la consapevolezza di quanto fatto. Le cose belle e gli sbagli”.

Quali?

“Le donne sbagliate, l’uso di certe sostanze. C’è chi con la droga è morto. A me non è successo. Forse perché oggi potessi essere utile agli altri con la mia testimonianza. La mia vita ha cambiato orbita: oggi gli altri hanno una grande importanza per me. Il mio maestro diceva: ‘Regala un sorriso’. Lo faccio ogni giorno”.

Voglia di misticismo?

“È un termine inadeguato, da asceta. Il mio è un esercizio pratico, che consiste nello stare in mezzo alla gente”.

Progetti?

“Sto scrivendo la mia autobiografia e lavorando a due anniversari importanti: i 50 anni di Figli delle Stelle e i 55 di Aria, il mio disco prog. Le due diverse facce di Alan Sorrenti che oggi possono finalmente convivere”.