

L’atmosfera sembra aver deciso di non concederci tregua, o meglio, di non seguire un binario troppo scontato proprio mentre varchiamo la soglia del nuovo anno. Osservando le ultime proiezioni che arrivano dai principali centri di calcolo, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un puzzle complesso, dove ogni tassello, rappresentato dai vari indici di teleconnessione, fatica a trovare una collocazione definitiva. Non stiamo parlando, è bene chiarirlo subito, di previsioni meteo locali valide per la singola città, ma di un’analisi di ampio respiro sulla salute e sulle intenzioni del Vortice Polare, quel gigante che decide le sorti climatiche del nostro Continente. Insomma, siamo nel campo delle tendenze a medio e lungo termine, soggette per loro natura a fluttuazioni che possono cambiare le carte in tavola nel giro di pochi aggiornamenti.
Set di schede delle teleconnessioni, nel fondo dell’articolo.
La danza degli indici tra Oceano e Polo Nord
In questi giorni, l’attenzione di chi mastica meteorologia è tutta rivolta a due sigle che, per quanto tecniche, racchiudono il destino termico dell’Europa e della nostra Italia. Mi riferisco alla NAO, la North Atlantic Oscillation, e alla AO, ovvero la Arctic Oscillation. Guardando i grafici prodotti dal centro europeo ECMWF, balza subito all’occhio una fase di profonda negatività che ci accompagnerà per tutta la prima decade di Gennaio. Cosa significa in parole povere? Quando questi indici scendono sotto la linea dello zero, il Vortice Polare tende a indebolirsi, a sfilacciarsi, permettendo all’aria fredda di scivolare verso latitudini più basse. È un po’ come se la diga che trattiene il gelo artico iniziasse a mostrare vistose crepe, lasciando che correnti instabili e potenzialmente nevose invadano il Mediterraneo.
In effetti, la tendenza attuale mostra un minimo molto marcato proprio intorno ai primi giorni di Gennaio, un segnale che non va sottovalutato. Tuttavia, c’è una sottile ma sostanziale differenza tra quello che propone il modello europeo e la visione di quello americano, il GFS. Quest’ultimo, infatti, sembra essere meno propenso a un recupero rapido della stabilità. Mentre il centro europeo suggerisce una risalita degli indici verso una fase neutra o leggermente positiva dopo il 10 Gennaio, il modello americano mantiene una dispersione molto più ampia tra i suoi membri, segno che l’incertezza regna sovrana e che il disturbo al Vortice Polare potrebbe protrarsi più a lungo del previsto.
Il ruolo cruciale della North Atlantic Oscillation
Diciamolo chiaramente, senza una NAO che collabora, l’inverno in Italia fatica a decollare seriamente. Attualmente, l’indice è previsto in territorio fortemente negativo. Questa condizione solitamente favorisce la formazione di blocchi di alta pressione alle alte latitudini, costringendo le perturbazioni a passare molto più a sud, proprio sopra il cuore del Mediterraneo. Ma attenzione, perché una NAO troppo negativa può anche tradursi in un eccessivo spostamento delle correnti verso la Spagna o addirittura verso il Marocco, lasciando la nostra penisola in una sorta di limbo umido ma non particolarmente gelido.
In questo contesto, la sfida tra i modelli diventa quasi una questione di filosofia meteorologica. L’europeo ECMWF sembra più convinto di un ritorno alla zonalità, ovvero a correnti atlantiche più tese che riporterebbero un clima più mite ma dinamico verso la metà del mese. Al contrario, le simulazioni americane di NCEP mostrano scenari dove il gelo potrebbe continuare a vagare per l’Europa centrale con molta più facilità. In fondo, la meteorologia è fatta di questi equilibri precari, dove pochi gradi di inclinazione di una corrente possono fare la differenza tra una pioggia battente a Roma e una nevicata storica a bassa quota.
Osservando il Pacifico per capire il Mediterraneo
Sembra strano, eppure ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza, nell’Oceano Pacifico, ha ripercussioni dirette sul tempo che troveremo uscendo di casa. L’indice EPO, o East Pacific Oscillation, ci sta dando segnali molto interessanti in questo senso. Attualmente stiamo assistendo a un picco positivo molto forte, che solitamente si traduce in un rinforzo dell’alta pressione sulla costa occidentale del Nord America. Questo movimento a catena, come in un perfetto domino atmosferico, tende a favorire la discesa di aria fredda sul lato opposto, influenzando poi la velocità del getto in uscita dall’Oceano Atlantico.
Le proiezioni per la seconda metà di Gennaio mostrano però un crollo verticale di questo indice verso valori negativi. È una dinamica affascinante da seguire, perché potrebbe indicare un cambiamento radicale della circolazione emisferica proprio nel momento in cui molti pensavano a un inverno ormai avviato verso una stasi mite. È in questi momenti che si comprende quanto il Riscaldamento Globale non cancelli gli estremi freddi, ma semmai ne renda più caotica e meno prevedibile la distribuzione. Insomma, non c’è nulla di scritto, e chi si avventura in sentenze definitive oggi rischia solo di essere smentito dal prossimo run modellistico.
La tenuta del Vortice Polare e il rischio Stratwarming
Non possiamo parlare di inverno senza nominare lo spauracchio, o l’idolo a seconda dei punti di vista, di ogni appassionato, il Vortice Polare. Le analisi tecniche indicano che la struttura troposferica è sotto attacco. Gli indici di AO negativi che vediamo oggi sono la spia di un sistema che non gira a pieno ritmo. Ma c’è di più. Al di sopra delle nostre teste, nella stratosfera, avvengono movimenti che possono cambiare il volto di un’intera stagione. Si parla spesso di Stratwarming, ovvero di un riscaldamento anomalo di questa porzione di atmosfera che, se abbastanza intenso, può letteralmente spaccare in due il vortice gelido.
Ad oggi, le analisi del centro americano GFS suggeriscono una persistenza di disturbi che potrebbero impedire al vortice di ricompattarsi facilmente. Questo scenario aprirebbe le porte a nuove incursioni fredde verso l’Europa e l’Italia anche dopo l’Epifania. Tuttavia, la prudenza è d’obbligo. Spesso questi riscaldamenti stratosferici rimangono confinati alle quote alte, senza riuscire a influenzare il tempo che viviamo noi, i comuni mortali, a livello del mare. Eppure, la coincidenza di più indici in territorio negativo nello stesso momento temporale è un segnale che l’atmosfera sta cercando una via di fuga dalla monotonia anticiclonica degli anni passati.
Cosa dobbiamo aspettarci per l’Italia
Guardando nello specifico alla nostra Italia, la situazione si fa intrigante. Con una AO e una NAO negative, il rischio di ciclogenesi mediterranee, ovvero di basse pressioni che si formano sui nostri mari, aumenta sensibilmente. Questi sono i classici scenari che portano maltempo diffuso, con neve che può scendere fino a quote molto basse, specialmente al Nord e nelle zone interne del Centro. Ma, come dicevamo, è una linea sottile. Se il blocco atlantico non è posizionato correttamente, le perturbazioni potrebbero sfilare via veloci o, peggio, richiamare aria calda dal Nord Africa, regalandoci giornate piovose ma decisamente poco invernali sotto il profilo termico.
È bene ribadire che queste sono riflessioni basate su modelli fisico-matematici che processano miliardi di dati, ma che restano pur sempre delle proiezioni probabilistiche. Un’analisi seria non può prescindere dal sottolineare che l’incertezza mostrata dai grafici, con quelle linee che si aprono a ventaglio dopo i primi cinque o sette giorni, rappresenta il limite intrinseco della nostra capacità di prevedere il futuro. Insomma, l’atmosfera non è un orologio svizzero, ma un sistema fluido che ama le sorprese dell’ultimo minuto.
Verso una seconda metà di Gennaio tutta da scrivere
Man mano che ci inoltriamo nel mese di Gennaio, la discrepanza tra i centri di calcolo si fa ancora più marcata. L’ECMWF europeo punta su una ripresa del vortice, con un getto atlantico che tornerebbe a correre veloce, portando mitezza e piogge zonali. Il GFS americano, al contrario, mantiene viva la speranza, o il timore, di nuove pulsazioni fredde che potrebbero trovare terreno fertile in un’Europa già parzialmente raffreddata. In effetti, non è raro che la verità stia nel mezzo, in quel compromesso dinamico che vede il freddo confinato più a est, ma pronto a colpire con improvvise rasoiate.
In questa analisi, quello che emerge con forza è la vivacità del quadro meteo-climatico attuale. Dopo anni di inverni piatti, dominati da enormi cupole di alta pressione, quest’anno sembra esserci più movimento. Il fatto che l’indice AO resti stabilmente sotto lo zero per diversi giorni è un segnale di un’anomalia pressoria al Polo Nord che non si vedeva con questa frequenza da tempo. Che questo si traduca poi in metri di neve sulle nostre montagne o in semplici giornate grigie e uggiose, dipenderà da incastri millimetrici che solo la natura, alla fine, deciderà di realizzare.
In conclusione, restiamo spettatori di un match affascinante tra le masse d’aria. L’analisi odierna ci dice che le porte dell’inverno sono aperte, ma non sappiamo ancora chi deciderà di varcarle. Continueremo a monitorare i dati provenienti dai centri internazionali, sapendo che ogni aggiornamento aggiunge un dettaglio cruciale a una storia ancora tutta da raccontare. L’importante è non confondere mai questi segnali di tendenza con la certezza di una previsione, mantenendo sempre quel pizzico di sana curiosità scientifica che la meteorologia, con le sue infinite variabili, sa alimentare così bene.
Credit
- European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF)
- National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA)
- World Meteorological Organization (WMO)
- American Meteorological Society (AMS)
- Copernicus Climate Change Service
L’articolo AO e NAO di un Gennaio anni ’60. La storia si ripete proviene da MIOMETEO.







