Roma, 19 febbraio 2026 – L’Assegno unico e universale (AUU) resta una delle voci più robuste e stabili della spesa sociale italiana: nel 2025 alle famiglie sono stati erogati 19,7 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con i 19,9 miliardi del 2024. Dietro la continuità del dato complessivo, però, si intravedono due segnali: un leggero raffreddamento della spesa rispetto all’anno precedente e una platea ampia ma non in crescita, con importi medi che si muovono dentro un corridoio abbastanza stretto.
Secondo l’aggiornamento dell’Osservatorio statistico INPS, nel 2025 hanno ricevuto almeno una mensilità di assegno 6.305.023 nuclei familiari, per un totale di 9.976.274 figli. La dimensione dell’intervento è impressionante: ogni mese, mediamente, l’AUU arriva a circa 6 milioni di richiedenti e a poco meno di 9,5 milioni di figli, fotografando una misura ormai strutturale nel bilancio delle famiglie con figli a carico.
Il “cuore” economico dell’assegno, come noto, è la modulazione per ISEE. A dicembre 2025 l’importo medio per figlio (maggiorazioni incluse) si attesta a 174 euro: si va da circa 58 euro per chi non presenta ISEE o supera la soglia massima, fino a 224 euro per la classe ISEE minima. Le soglie aggiornate per il 2025 fissano il tetto massimo a 45.939,56 euro e la classe minima a 17.227,33 euro. In altre parole: l’AUU continua a funzionare come trasferimento selettivo, più vicino a una “rete” anti-povertà per famiglie con minori che a un assegno universalistico in senso pieno.
La stabilità emerge anche guardando agli importi medi mensili: nel 2025 l’importo medio per figlio è pari a 173 euro (274 euro per richiedente), praticamente sovrapponibile al 2024 (172 euro per figlio e 274 per richiedente). Ma, nel dettaglio mensile, la spesa complessiva 2025 scende a 19.706,4 milioni rispetto ai 19.885,0 milioni del 2024: un calo contenuto, che può riflettere sia dinamiche demografiche (meno figli) sia l’effetto “comportamentale” della presentazione ISEE e delle maggiorazioni.
C’è poi un dato che merita attenzione perché racconta una “zona grigia” informativa: la quota di figli associata a ISEE non presentato. Nelle tavole INPS, questa componente resta numerosa e riceve importi vicini alla fascia bassa (intorno a 57–58 euro per figlio). È un pezzo di platea che, per scelta o difficoltà, non completa il passaggio decisivo per ottenere l’importo pieno: un tema che intreccia burocrazia, accesso ai servizi (Caf e patronati) e consapevolezza dei diritti.
Infine, l’Italia dell’assegno unico riflette la geografia dei redditi. A dicembre 2025 l’importo medio per figlio è più elevato nel Sud e Isole (188 euro) rispetto a Centro (168) e Nord (166). Non è un “premio territoriale”, ma l’effetto della distribuzione dell’ISEE: dove i redditi equivalenti sono mediamente più bassi, l’AUU cresce e diventa un sostegno più incisivo sul bilancio familiare.
Il messaggio complessivo è chiaro: l’Assegno unico si conferma una colonna del welfare per l’infanzia, con un impegno pubblico prossimo ai 20 miliardi l’anno e un impatto capillare su milioni di famiglie. Ma proprio perché “regge” ed è ormai ordinario, la sfida si sposta: rendere più semplice l’accesso all’ISEE per ridurre la platea che resta nella fascia minima, rafforzare le maggiorazioni dove i costi della genitorialità mordono di più (nidi, casa, energia) e, soprattutto, interrogarsi su come una misura di sostegno al reddito possa dialogare con il grande convitato di pietra: la denatalità, che nessun assegno da solo può invertire, ma che ogni assegno può almeno rendere un po’ meno proibitiva.