Auguri Lucio Dalla, due storie per ricordare l’indimenticabile commendator Domenico Sputo

Il 4 marzo è indiscutibilmente la sua data. È il giorno in cui Lucio Dalla è nato nel 1943 a Bologna, è il titolo della canzone che gli ha cambiato la vita, ed è diventato nel tempo una specie di festività laica per chi ama la musica italiana. Domani avrebbe compiuto 83 anni. È morto il 1° marzo 2012 a Montreux, in Svizzera, tre giorni prima del suo compleanno, stroncato da un infarto nella stanza del suo hotel dopo un concerto. Aveva 69 anni.

Ricordarlo con il solito elenco dei suoi dischi, i premi, i numeri di copie vendute sarebbe riduttivo e anche un po’ ingrato nei confronti di un artista che ha sempre vissuto di storie, raccontate perché in gran parte vissute in prima persona. Ne bastano due che si nascondono dietro le canzoni che tutti conoscono ma di cui pochi conoscono davvero l’origine.

La canzone che non si poteva sarebbe potuta chiamare Gesùbambino

Quella che oggi tutti chiamano 4 marzo 1943 non avrebbe dovuto chiamarsi così. Il titolo originale era Gesùbambino, che poi era anche il nome del protagonista del brano. Una storia di marginalità e privazione… “A scrivere canzoni sugli eroi sono tutti buoni – aveva detto una volta Lucio Dalla a chi scrive – mi ci vedi a scrivere un brano su un tronista? Uno che fa un film senza un pelo addosso, bello come il sole? Magari tu sì. Ma io poi direi ma di che cosa sto scrivendo… Mi piaceva l’idea di un reietto che vive di espedienti. Ho letto questo brano e ne sono rimasto conquistato. Ci ho aggiunto qualcosa di mio, ma c’era poco da aggiungere”

Gesùbambino è un uomo cresciuto senza padre, figlio di una ragazza di sedici anni rimasta incinta di un soldato straniero, un marinaio di passaggio prima di partire per la guerra e morto affondato con la sua nave. Il nome lo deve alla gente del porto che lo ribattezza così fin da piccolissimo.

Il testo originario del brano era di Paola Pallottino, figlia del più grande etruscologo italiano e poi docente di storia dell’illustrazione al DAMS di Bologna, che lo aveva scritto come un ideale risarcimento a Lucio, rimasto orfano di padre a sette anni.

La censura e il Festival

Il brano doveva andare in diretta in un programma RAI sulla musica d’autore: Dalla lo aveva proposto dal vivo una prima volta già nel 1967, quando a Sanremo aveva già fatto il suo esordio. Poi nel 1970; in versione originale. Ai dirigenti della RAI la canzone piacque… “ma dovete togliere blasfemie e riferimenti sessuali. Il titolo fu cambiato con la data di nascita del cantautore: 4 marzo 1943, appunto. Ma non bastò…

Anche il testo fu rimaneggiato: “giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare” diventò “giocava a far la donna con il bimbo da fasciare”. E soprattutto, l’ultimo verso — quello che chiudeva tutto con una ferocia poetica rara — fu completamente ammorbidito. Nell’originale diceva: “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino.” Nella versione sanremese del 1971 divenne: “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino.”

Da sottolineare che non si trattava di un brano inedito: cosa che oggi a Sanremo non è consentita e che gli sarebbe costata la squalifica…

“Accetto mio malgrado”

Dalla accettò le modifiche senza fare troppa resistenza: “Accetto mio malgrado” avrebbe detto al direttore RAI del festival di allora. Ma la notte stessa della sua esibizione, al Caffè Concerto di Sanremo la fece ascoltare nella sua versione originale, la stessa che avrebbe poi sempre cantato dal vivo, senza censura. Insieme a Dalla a portarla sul palco fu l’Equipe 84 di Maurizio Vandelli. Il brano arrivò terzo al Festival, dietro a Il cuore è uno zingaro (Nada e Nicola di Bari) e Che sarà (Ricchi e Poveri e José Feliciano), ma scalò poi la hit parade fino alla prima posizione, rimanendoci tre settimane.

Lucio Dalla
Lucio Dalla, il 4 marzo avrebbe compiuto 83 anni – Credits Lucio Dalla Off (TVBlog.it)

La canzone nata da un motore rotto

La storia di Caruso comincia nel luglio del 1986, in mezzo al mare. Dalla è a bordo della sua imbarcazione e naviga verso Capri partendo dalle Tremiti. Non c’è vento, si va a motore. A un certo punto, in vista dei Faraglioni, il motore si spegne. Dalla chiama un amico, Angelo Leonelli, proprietario di un ristorante a Sorrento. Arriva il rimorchio, si entra in porto, e lì scopre che il guasto è serio: dovrà restare in costiera qualche giorno.

L’amico lo sistema all’Hotel Excelsior Vittoria. E qui il destino — o come direbbe Dalla, il fatto che tutto sia scritto prima — fa la sua parte: la stanza che gli assegnano è la suite dove il tenore Enrico Caruso aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita nell’estate del 1921, prima di morire a Napoli. La sera, Leonelli racconta a Dalla una storia che gli aveva tramandato la zia, che aveva lavorato in quell’albergo all’epoca del tenore: Caruso, già malato, aveva cominciato a dare lezioni di canto a una giovane sorrentina e si era perdutamente innamorato di lei. La sera prima di lasciare l’hotel aveva cantato per lei dal terrazzo, con una voce così potente che i pescatori di lampara al largo l’avevano sentita e si erano fermati ad ascoltare.

Dalla e la sua canzone immortale

Dalla rimase folgorato da questa storia così disperatamente vera, di un uomo attaccato alla vita pur sapendo che avesse ancora pochi giorni da vivere.

Nei giorni successivi rimase a Napoli e girando per la città scrisse il testo della cnaozne su un quadernino a righe con una penna comprata da una tabaccheria, perché per una volta era uscito di casa senza. Poi per ritornello elabora una idea geniale: parafrasa “Dicitencello vuje”, la celebre canzone napoletana del 1930. Il risultato fu una canzone che si presentava come italiana ma parlava napoletano nel momento più intenso, quando il tenore guarda la ragazza negli occhi. La canzone vendette 9 milioni di copie nel mondo. L’hanno cantata Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Celine Dion, Julio Iglesias, Michael Bolton. È ancora oggi il video più visto del canale YouTube di Lucio Dalla, con oltre 111 milioni di visualizzazioni.

Dalla aveva raccontato la genesi di Caruso con una frase che è quasi un’altra canzone: “Se non mi si rompeva la barca tra Sorrento e Capri e se non chiamavo un amico a trainare la mia barca. E se questo mio amico non fosse stato il proprietario dell’albergo dove Caruso morì. E se non mi avesse dato la stanza di Caruso. E se non avessi fatto tre note sul piano di Caruso. E se il barista non mi avesse raccontato della storia di Caruso innamorato di quella ragazza giovane… Caruso è nata così.”

Un uomo che abitava le storie

Domani Lucio Dalla avrebbe festeggiato 83 anni. Jazzista per passione e formazione aveva suonato il clarinetto con Chet Baker quando il trombettista americano viveva a Bologna dove tutti ricordano le sue spaghettate a tarda notte (“vieni ma porta del vino che siamo senza” era la condizione per gli ospiti improvvisati) che si concludevano di fronte al suo mezzacoda davanti al quale erano posizionate un paio di file di sedioline ribaltabili da cinema.

Uno che sul campanello di casa sua a Bologna, in via D’Azeglio 15, aveva scritto non il suo nome ma quello del suo alter ego: Domenico Sputo, commendatore.