Il Cairo è una di quelle città che ti restano addosso. Ha il vento caldo che sa di spezie e sabbia, il traffico che pulsa come un cuore antico, il Nilo che continua a scorrere ma sembra non muoversi mai. È un luogo in cui le culture non convivono: si intrecciano, si contaminano, si corteggiano. E proprio questo charme sospeso tra mito e realtà diventa la porta d’ingresso dell’intervista a Denise Pardo, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura. Nulla di formale: un dialogo che sa di confidenza e memoria, come quando si parla della città in cui si è lasciato un pezzo di sé.
Pardo racconta Tornare al Cairo (Neri Pozza) come si racconta un ritorno interiore. Non è solo la storia di un amore complicato, né il romanzo di una città in bilico tra Oriente e Occidente nella metà del secolo scorso. È la mappa emotiva di un’epoca in cui il Cairo era davvero cosmopolita: un mosaico di religioni, lingue, nazionalità. Un luogo in cui una giovane donna inglese come Kate voleva “diventare beduina” e in cui Hafez, educato in Occidente, poteva ancora credere di vivere tra due mondi senza dover scegliere.
Nell’intervista emergono soprattutto le donne: moderne, curiose, politiche, coraggiose. Un gruppo di amiche che non fa da sfondo, ma da ossatura narrativa. Sono loro a salvare la protagonista più volte, a darle voce, a rappresentare una sorellanza concreta e quotidiana. Tra tutte, spicca Sarah, la veggente con un occhio sbilenco e un cuore enorme, custode di rituali, profumi, superstizioni e verità scomode. La sua presenza profuma di caffè, di spezie, di quei gesti che rendono viva una città anche quando la si lascia.
Pardo intreccia la storia personale dei personaggi con la storia reale del Medio Oriente: rivoluzioni, potere, disillusioni. Racconta l’Egitto di Nasser dall’interno, senza retorica, con la consapevolezza di chi ha ascoltato queste vicende in famiglia prima ancora di studiarle. Il risultato è un racconto che non giudica ma osserva, che non semplifica ma restituisce complessità.

Il Cairo diventa più di un’ambientazione: è un personaggio vivo. Respira, cambia, tradisce, consola. Il profumo del vento, le spezie, le foglie degli alberi sono dettagli che diventano un modo per parlare di ciò che resta quando tutto il resto cambia. È una memoria sensoriale, quasi fisica, che supera il tempo e la geografia.
E mentre Pardo ne parla, si percepisce che la città non è solo memoria, ma una chiave di lettura per comprendere il presente — nostro e globale. Perché lo scontro tra culture, l’attrazione tra mondi, la fragilità delle relazioni e la forza degli affetti sono temi che non appartengono né all’Oriente né all’Occidente: appartengono a tutti noi.
E allora: cosa torna davvero quando si torna? Forse l’innocenza. Forse l’infanzia. Forse la parte di noi che abbiamo lasciato sulle rive del Nilo senza accorgercene. L’intervista con Denise Pardo non offre risposte facili, ma lascia un’impressione precisa: tutti abbiamo un luogo che ci forma e ci tradisce, che ci accoglie e ci respinge, e a cui torniamo sempre — fisicamente, mentalmente, letterariamente. Ed è proprio lì, in quel ritorno inafferrabile, che spesso nasce quella bellezza che fa innamorare: di una persona, di amici, di una città.