La seconda puntata di Canzonissima 2026 è andata in scena sul tema delle canzoni meritevoli di una dedica speciale da parte degli interpreti in una serata capace di alternare momenti di autentica emozione a qualche caduta forse evitabile.
La vittoria è andata con pieno merito ad Arisa con La leva calcistica della classe ’68 di Francesco De Gregori. Ma il quadro complessivo è più articolato di quanto il verdetto finale possa suggerire. Ecco i voti, artista per artista.
Omaggio a Gino Paoli: voto 10
Non è una pagella tecnica, ma va data. Michele Bravi ha aperto la serata intonando le prime strofe di Ti lascio una canzone e trasformandole in un addio intenso e completamente diverso dal conteto di gara della settimana scorsa. Quando sul ledwall è comparso un filmato d’archivio il pubblico è rimasto in silenzio. Che è uno degli omaggi più veri e autentici che si possono dedicare a chi se ne è andato. A volte certi momenti si trasformano in un orpello pesante e verboso. Non è stato questo il caso.
Arisa — La leva calcistica della classe ’68 (Francesco De Gregori): voto 9
Ha vinto e lo ha fatto meritando pienamente. Arisa ha preso il capolavoro del 1982 e lo ha presentato in modo convincente e molto personale. Una versione rarefatta, eterea che ha convinto anche per l’introduzione che la cantante lucana ha fatto della canzone: “Non bisognerebbe mai avere paura di calciare quel rigore” ha detto dando una sfumatura diversa e delicata che fa pensare anche alle sue fragilità che spesso trapelano da quello che interpreta.
Fabrizio Moro — Anima fragile (Vasco Rossi): voto 8
Partecipa non per vincere – è già ammesso di diritto dopo aver vinto la prima competizione di sabato scorso – ma per mettere tutto se stesso al servizio di una canzone complicatissima dal punto di vista emozionale e interpretativo anche perché tra tutte quelle in gara era la meno popolare, certo non un tema che richiama cori. La dedica al suo primo amore funziona, lo porta sulla terraferma insieme al pubblico: quanto al modo in cui affronta il testo è generosissimo. Vasco ne sarebbe orgoglioso.
Irene Grandi — La donna cannone (Francesco De Gregori): voto 8
Ha mestiere, personalità, voce. E sa come usare ognuna di queste sue caratteristiche. Il brano, un superclassico amatissimo, è uno di quelli che comporta rischi enormi: il rischio è quello di farsi male. Anziché sfumare amplifica i suoi toni più ruvidi rendendo la canzone diversa dalle decine e decine di interpretazioni già sentite. Ci sono interpreti di razza che riuscirebbero a rendere interessante anche l’elenco del telefono. Lei è una di queste.
Paolo Jannacci — Vengo anch’io. No, tu no (Enzo Jannacci): voto 8
Un passaggio di testimone riuscitissimo. Il brano, nato proprio per l’edizione di Canzonissima del 1968, diventa un omaggio a suo padre Enzo. La cosa che spicca è il modo in cui si capisce che della competizione non gliene freghi assolutamente nulla. Il suo brano è non quello che Enzo avrebbe voluto ma quello che un padre avrebbe voluto da suo figlio. È entusiastico, travolgente, stralunato, capace di ridare vita e spessore a un brano che da settant’anni rappresenta un classico della musica d’autore italiana. Enzo Jannacci della canzone disse… “Mai mi sarei aspettato che sarebbe stata cantata da chiunque, operai e bambini, professori e preti in gita scolastica”. Un omaggio convincente e riuscito.

Fausto Leali — Almeno tu nell’universo (Mia Martini): voto 7
La sua è una scelta coraggiosa decisamente in controtendenza rispetto a quelle che sono le sue caratteristiche. Con una forzatura… una voce soul come la sua che canta un brano di ampiezza e altezza era rischioso almeno quanto per un pittore classico misurarsi con la tecnica astratta. E invece rende un brano scritto, vissuto e pensato al femminile di straordinaria attualità portandolo a un livello popolare. La dedica alla moglie commuove. Un gigante che non ha bisogno di dimostrare nulla: il fatto che si metta in discussione con scelte non banali gli rende onore.
Enrico Ruggeri — Quello che le donne non dicono (Fiorella Mannoia): voto 7
Idem. Come aveva fatto con Il mare d’Inverno fa sua una canzone nata e interpretata su una struttura che lui aveva concepito in modo diverso. La canzone nata quarant’anni fa viene dedicata alla madre: e da qui si capiscono molte cose, forse anche la genesi del brano stesso, spiegato anche in altre occasioni quando Ruggeri raccontava delle sue vacanze a Marotta insieme a mamma e alle sue amiche. La sua teatralità rende il brano ancora più sentito. Da considerare il fatto che una recente operazione lo costringe a qualche cautela interpretativa.
Michele Bravi — Se io fossi un angelo (Lucio Dalla): voto 7
Entra nel brano con discrezione e delicatezza e lo porta dove serve. Anche questa canzone comportava rischi enormi: ma Michele ne esce con stile e con personalità. Un brano ‘utile’ aveva detto Dalla, che interpretandolo voleva muovere una critica fortissima a finti preti e perbenisti di facciata. La dedica agli operatori dei centri oncologici pediatrici è sentita e omaggiata con cura.

Malika Ayane — Fotoromanza (Gianna Nannini): voto 5,5
La dedica alle donne libere funziona come cornice, ma l’esibizione non decolla del tutto. Voce efficace, puntuale e precisa, ma che la canzone le appartenga solo fino a un certo punto è evidente. Forse ascoltata troppo con quella muscolarità classica della Nannini che la Ayane non vuole o non riesce a fare sua.
Leo Gassmann — Tanto pe’ cantà (Ettore Petrolini): voto 5.5
Lui è bravo e simpatico, cerca di buttarla in caciara e goliardia, forse anche troppo. Ne esce con eccessiva disinvoltura. La canzone diventa un omaggio all’ultima fila di un pullman in gita scolastica e non convince.
Vittorio Grigolo — O sole mio: voto 5
Stratosferico, indiscutibile, standing ovation garantita. E allora perché questo voto? Perché Grigolo gioca in un campionato che non è quello di Canzonissima. Un tenore lirico di questa levatura inserito tra Alta marea e Fotoromanza crea un cortocircuito di contesto che non fa bene a lui né allo show. Sarebbe divertente, però, vederlo alle prese con qualcosa di completamente estraneo al suo repertorio classico. Bravissimo. Ma non c’entra nulla. E allora tanto vale vederlo completamente fuori dalla sua comfort zone. Forse Anima Fragile avrebbe potuto farla lui. E magari sarebbe piaciuta.
Jalisse — Per sempre sì (Sal Da Vinci): voto 5
La scelta del brano è già una mossa di posizionamento: portare la canzone vincitrice dell’ultimo Sanremo in un programma che si chiama Canzonissima ha quel tocco un po’ ruffiano che fa pensare ma che non piace. Simona Izzo esagera con un commento sprezzante un po’ qualunquista. Il tono è esagerato ma il concetto è condivisibile.
Elettra Lamborghini — Alta marea (Antonello Venditti): voto 4,5
La storia di Lolita, la cavalla scomparsa sei anni fa, è toccante e sincera. Il problema è che si pesano le esibizioni e la sua, affettuosamente, non regge il confronto con il brano scelto. Alta marea è un pezzo che richiede voce, peso specifico e che per altro ha due metri di confronto considerando anche la versione originale dei Crowded House il cui testo, meraviglioso, in Italia pochi conoscono (Don’t Dream it’s Over). L’impressione è che Elettra voglia dimostrarsi cantante e interprete a tutti gli effetti, ma deve prestare attenzione rispetto a canzoni che rappresentano una distanza ancora notevole da coprire.