Canzonissima 2026, terza puntata: vince Caruso di Grigolo ma il programma non riesce ancora a decollare | Sintesi e pagelle

Il tema scelto da Milly Carlucci per il terzo sabato di Canzonissima è il più ambizioso fin qui: “La canzone simbolo — la svolta”. In effetti dovrebbe essere anche la svolta del programma, il salto di qualità nella proposta a un pubblico che fino a questo momento non ha risposto con particolare entusiasmo, lasciando la corazzata di Rai 1 sempre alle spalle di Amici di Maria De Filippi.

Canzonissima, la terza serata

Non si tratta di riproporre un brano amato o di dedicare qualcosa a qualcuno, come nelle puntate precedenti. Stavolta ogni artista deve portare il pezzo che ha segnato un prima e un dopo nella propria storia, quello che non si potrebbe togliere dalla discografia senza che qualcosa di essenziale andasse perduto.

In teoria è l’idea migliore del format. In pratica però funziona solo a metà. Il problema non sono gli artisti — che in più di un caso si rivelano anche superiori alle aspettative — ma il contenitore, che continua a dilatarsi tra troppe parentesi verbali e verbose senza mai trovare il ritmo giusto. Tre ore buone, un’uscita dall’Auditorium del Foro Italico che va ben oltre la mezzanotte, un pubblico che a casa fatica a restare sveglio fino al verdetto finale e le canzoni, le uniche protagoniste, che finiscono schiacciate e compresse in troppi contenitori e approfondimenti dei quali a volte non si sente assolutamente alcuna necessità.

Canzonissima 2026 ha un cast che funziona e un palco che respira. Quello che manca è ancora la capacità di costruire una serata con un senso drammaturgico preciso, che tenga alta la tensione dall’inizio alla fine invece di snocciolare le esibizioni una dopo l’altra come perle senza filo.

Gli ospiti

Ospiti della serata: Massimiliano Gallo, che canta Mamma di Beniamino Gigli — la stessa canzone con cui suo padre Nunzio Gallo vinse la primissima edizione di Canzonissima nel 1956. Un cortocircuito tra generazioni che vale da solo più di molte esibizioni in gara tutti anche i bambini sembrano conoscere questa canzone, che è un classico delle recite di oratorio e asilo, nessuno ricorda chi l’ha cantata.

Poi la coppia Pif e Giusy Buscemi, che presentano il loro film. Il meccanismo di voto combina giuria dei Magnifici 7, voto tra artisti e pubblico social. La vittoria va a Caruso di Vittorio Grigolo che porta a casa la terza Canzonissima di puntata, dopo Il mio canto libero di Fabrizio Moro nella prima e La leva calcistica della classe ’68 di Arisa nella seconda. Andrà in finale.

Elio e le Storie Tese e la libertà di non prendersi sul serio

Il momento migliore della serata è indubbiamete quando Elio e le Storie Tese, nella loro clip di presentazione, smontano ironicamente l’intera logica della serata. Mentre gli altri concorrenti si raccontano con intensità e persino troppa seriosità parlando di gavetta, strada, rabbia giovanile, genitori, lacrime, cadute — loro si chiedono perché Fabrizio Moro vince sempre e cosa hanno di sbagliato. Risposta implicita: niente.

Poi salgono sul palco e cantano La terra dei cachi come se fosse uscita ieri. Trent’anni e sembra scritta questa mattina, per questo Paese, con questa classe politica, in questo clima. È il tipo di canzone che invecchia al contrario: più passa il tempo, più torna pertinente. Perfetta.

La libertà di Elio e le Storie Tese, in una serata che rischia di diventare un lungo esercizio di commiserazione nostalgica, è quella di chi non ha nessun bisogno di essere preso sul serio per fare musica seria. Una rarità nel panorama televisivo italiano.

Canzonissima Fausto Leali
Fausto Leali, Straordinario nella sua interpretazione di A Chi – Credits RAI (TVBlog.it)

Il paradosso Grigolo e la canzone che vince senza vincere

Vittorio Grigolo vince la puntata con Caruso, il capolavoro di Lucio Dalla scritto nel 1986 a Sorrento, in quella stessa camera d’albergo dove aveva soggiornato il tenore Enrico Caruso negli ultimi giorni della sua vita. È uno dei brani italiani più conosciuti al mondo — 38 milioni di copie vendute, interpretata da Pavarotti, Mina, Céline Dion e persino dai Metallica a Bologna nel 2018 — e Grigolo la porta sul palco con il bagaglio tecnico di un tenore di livello internazionale.

Eppure il paradosso di Canzonissima si manifesta proprio qui. Grigolo continua a sembrare fuori contesto in questo programma: la lirica e il pop d’autore sono mondi contigui ma non sovrapponibili, e il tenore si trova sempre un gradino sopra o un gradino di lato rispetto al resto del cast. La canzone vince — d’altronde Caruso merita di vincere in qualsiasi contesto — ma c’è qualcosa di meccanico in questo risultato, come se il pubblico social stesse votando il brano e non l’esibizione.

Fausto Leali, la voce che non finisce mai

Fausto Leali porta A chi con la stessa voce con cui l’aveva cantata la prima volta. Quasi ottantadue anni, un’inossidabilità vocale che sfida qualsiasi spiegazione fisiologica. Il momento più bello della serata non è l’esibizione — bella, ma contenuta — bensì lo scambio con Simona Izzo dopo: lei analizza il testo come se stesse tenendo un seminario sull’amore eterno all’insegna di chi si piace e compiace di quello che dice, di una persona che ascoltandosi pensa “…’azzz ma quante ne so….”.

Lui ascolta, annuisce, poi chiarisce con una risata: “Sì, diciamo che mi sono un po’ calmato ora.” È il tipo di ironia disarmante che si acquisisce solo a una certa età e con una certa consapevolezza della propria storia. Se ne sentiva disperatamente il bisogno.

Il twerking in prima serata

Elettra Lamborghini canta Musica (e il resto scompare) con risultati vocali discontinui. Nessuno si aspetta un esercizio stilistico: l’affanno è percepibile, il dosaggio dei respiri non è sempre preciso, ma Elettra riesce a fare di questo limite un elemento dello spettacolo, quasi una cifra di stile. Poi, dopo l’esibizione – ed è per questo che Elettra ci piace – coinvolge Francesca Fialdini, Caterina Balivo e Simona Izzo in una dimostrazione di twerking che è il momento più commentato della serata. Non per ragioni musicali, evidentemente. Ma Canzonissima è anche questo: uno show televisivo che ha bisogno di momenti memorabili, e Elettra Lamborghini sa come produrli meglio di molti altri.

Canzonissima, Milly Carlucci
Canzonissima, torna con Milly Carlucci 51 anni dopo la sua ultima edizione – Credits RAI (TVBlog.it)

Il nodo irrisolto del programma

La terza puntata conferma il problema strutturale che accompagna Canzonissima fin dall’esordio: il programma è superiore alla sua gestione del tempo. Ci sono momenti di televisione autentica — Leali, Elio e le Storie Tese, l’ingresso di Massimiliano Gallo che canta la canzone del padre — ma sono dispersi in una durata che non giustifica una tale lunghezza. L’impressione è quella di uno show costruito per riempire uno slot invece che per dire qualcosa di preciso. Prossima puntata: sabato 11 aprile, tema “La rivincita di Sanremo”. Scommettiamo che i Jalisse porteranno Fiumi di Parole?

Le pagelle della terza puntata

Elio e le Storie Tese — La terra dei cachi: 9

Giocano in un campionato diverso dagli altri. Mentre i colleghi costruiscono narrazioni di intensità, loro smontano l’intera liturgia e poi cantano come se il palco fosse casa loro. La terra dei cachi nel 2026 è più fresca di molti brani usciti la settimana scorsa. Clamorosi, come sempre. Gli irredentisti di cui sentiamo un disperato bisogno.

Fausto Leali — A chi: 8

Ottantadue anni e quella voce. Basterebbero i primi dieci secondi per giustificare la presenza in scaletta. La canzone è difficilissima con quell’attacco che è costato brutte figure a non si sa quanti interpreti. Il sorriso di chi ha vissuto abbastanza da non doversi spiegare davanti a nessuno — è un bonus che il pubblico si porta a casa.

Irene Grandi — Bum bum: 7,5

La rockeuse toscana torna al 1995, anno del tormentone che l’aveva lanciata, e ci torna con una grinta che non ha perso un grammo. Bum bum è una canzone che non ha mai chiesto il permesso di piacere ma è entrata nel cuore di tutti, e Irene Grandi la canta con la stessa franchezza originale di trent’anni fa, cicatrici incluse nel pacchetto che serve a un pubblico che forse avrebbe dovuto premiarla di più. La nuova veste dell’arrangiamento non la serve benissimo, ma la presenza scenica compensa. La sua voce è ancora un marchio di fabbrica davvero autorevole.

Enrico Ruggeri — Mistero: 7

Decide di portare quella che non è certamente la sua migliore canzone. Ma quando nel 1993 porta la prima canzone rock a vincere Sanremo da solista, Ruggeri compie comunque una grande impresa. All’interno del brano tante citazioni d’affetto: per gli esordi punk, per il metal, senza dimenticare alcuni aspetti che forse vale la pena ricordare. Il disco di Mistero era un live, quello di uno dei tour più belli di sempre di Ruggeri, la giostra della memoria. Suonava con Luigi Schiavone e Alberto Rocchetti, ex voce degli Champagne Molotov (Volti nella noia a Sanremo) poi storicamente tastiera di Vasco Rossi.

Trentatré anni dopo Ruggeri la riprende senza rispetto reverenziale, come se fosse sempre lì ad aspettarlo. La costruzione del brano regge ancora, e lui ci mette un’energia da opera rock che non concede niente alla nostalgia. Per vedere un altro brano rock vincere a Sanremo serviranno i Maneskin, 28 anni.

Canzonissima, Arisa
Arisa ha vinto la seconda puntata di Canzonissima 2026 – Credits RAI (TVBlog.it)

Arisa — Sincerità: 7

La prima esibizione della serata non è la più facile: Sincerità era una filastrocca da Nuove Proposte del 2009, e trasportarla sul palco del varietà richiede un cambio di registro netto. Arisa lo fa spogliandola di quell’atmosfera da cartoonesca legata anche alla sua immagine degli esordi e ricostruendola in chiave cabaret anni Sessanta. Qualche imprecisione nella gestione della coreografia, ma la presenza scenica è sempre quella di una fuoriclasse.

Malika Ayane — Feeling Better: 7

Sceglie il suo primo singolo ufficiale, lo canta con leggerezza e fischio finale, rimette in circolo quella freschezza degli esordi che in molti avevano dimenticato. Non è la scelta più rappresentativa del suo repertorio — Stracciabudella o Come foglie direbbero di più su chi è oggi — ma si capisce la logica del tema.

Michele Bravi — Il diario degli errori: 6,5

La canzone è tra le più belle della musica italiana degli ultimi vent’anni e Bravi lo sa. Il problema è che la porta sul palco con un’intensità che a tratti diventa artificiosa, come se stesse recitando la propria migliore versione possibile invece di abitarla. La maturità a trentuno anni c’è, ma non basta ancora a giustificare ogni scelta interpretativa.

Fabrizio Moro — Pensa: 6

Il brano merita ogni ascolto: è una delle canzoni italiane più oneste e dirette degli anni Duemila. Il problema non è la canzone, è la distanza tra chi la canta oggi e la storia che racconta. Moro ha cinquantun anni, è un artista affermato da due decenni, e continuare a raccontarsi come il ragazzo arrabbiato della strada produce un corto circuito che il pubblico avverte. A Canzonissima si viene anche per scoprire chi e cosa sono diventati gli artisti adesso, non solo per ricordare chi erano.

Canzonissima Fabrizio Moro
Fabrizio Moro, vincitore della prima puntata di Canzonissima 2026 con Il mio canto libero – Credits RAI (YVBlog.it)

Vittorio Grigolo — Caruso: 5,5

Caruso è un capolavoro. Grigolo la canta con il bagaglio tecnico di un tenore internazionale. Il risultato è tecnicamente ineccepibile ma emotivamente lontano. C’è qualcosa di troppo in questa interpretazione — i gesti, i monologhi post-esibizione, l’enfasi — che finisce per mettere più distanza tra il pubblico e la canzone invece di avvicinarli. Che abbia vinto la puntata è un risultato del meccanismo di voto più che di questa specifica esibizione.

Leo Gassmann — Vai bene così: 5,5.

La canzone con cui vinse tra i giovani a Sanremo nel 2020 non è una brutta canzone. Ma in una serata piena di brani che hanno attraversato decenni, inserirla nel tema della svolta richiede uno sforzo narrativo che l’esibizione non riesce del tutto a sostenere. Qualche problema di intonazione sulle basse, un attacco sbagliato nel finale. Il dibattito sul cognome ha preso più spazio dell’esibizione stessa.

Jalisse — Gloria: 5

La scelta di non cantare Fiumi di parole è comprensibile — è chiaramente l’unica canzone che il pubblico associa al loro nome, e doversi portare dietro lo stesso brano per trent’anni è una prigione dorata. Ma la soluzione alternativa, Gloria di Umberto Tozzi, non illumina il duo come potrebbe. Alessandra Drusian ha una voce cristallina che meriterebbe un contesto più favorevole. Fabio Ricci fa il suo. Il tutto non buca.

Elettra Lamborghini — Musica (e il resto scompare): 5

Vocalmente è la prestazione più faticosa della serata: l’affanno è costante, la gestione dei respiri imprecisa, le dinamiche poco controllate. Il twerking con i Magnifici 7 è televisione allo stato puro e nessuno lo nega. Ma il programma si chiama Canzonissima, non Ballissima.