C’è un filo sottilissimo che lega la Sicilia al tempo: dorato, fragile eppure indistruttibile. È il bisso, la seta del mare, che nasce nell’oscurità e diventa luce. Ed è proprio da lì, da questa tradizione antica e quasi mistica, che prende vita La malarema (Piemme) di Alessia Castellini, presentato nel vodcast Il Piacere della Lettura tra le pareti accoglienti della libreria Arethusa di Roma.
Ambientato tra la Sicilia di fine Ottocento e un reclusorio femminile del primo Novecento, La malarema segue la storia di Rossella, segnata da un trauma che le spezza la voce e la trascina in un destino oscuro. Tra mare, violenza e memoria, il suo percorso diventa un atto di resistenza e rinascita.
Castellini non scrive solo un romanzo: tesse. Tesse storie, memorie, ferite. La scintilla – racconta – nasce da una conversazione sul bisso marino, un sapere arcaico sospeso tra Sardegna e Sicilia, capace di accendere in lei un’urgenza: raccontare la sua terra senza cadere nel già detto.
Il titolo stesso, La malarema, è dichiarazione d’intenti. Non solo corrente marina dello Stretto di Messina, ma forza invisibile e contraria che trascina le vite. Una metafora potente che diventa carne: la pressione sociale, il giudizio, la violenza sistemica. “Ogni personaggio ha la sua malarema”, spiega l’autrice, e in questa frase si condensa l’intero romanzo. Perché la corrente non è mai solo acqua: è sguardo, è parola, è silenzio imposto.
E poi c’è Rossella, protagonista senza voce. Un personaggio di straordinaria complessità, che Castellini costruisce lavorando per sottrazione: il silenzio diventa linguaggio, la paura diventa identità. L’unico suono che le sfugge – quello cupo della conchiglia, la brogna – è un momento quasi sacro, un’apertura minima in un universo dominato dal trauma. Rossella non parla, ma vede. E soprattutto resiste.

Il bisso, in questo, è chiave narrativa e simbolica. Le sue cinque fasi di lavorazione – dall’oscurità alla luce – diventano struttura del romanzo e metafora esistenziale. C’è il buio iniziale, il caos dei nodi, la necessità di fare pulizia, fino a quel bagliore improvviso che segna una possibilità. Non per tutti, forse. Ma per alcuni sì. Ed è lì che la scrittura di Castellini si fa quasi luminosa, pur restando immersa nel dolore.
La parte più disturbante dell’intervista arriva quando si parla dei reclusori. Non fiction, ma storia. Donne rinchiuse senza colpa, private del nome, trasformate in numeri. Castellini racconta la difficoltà di documentarsi su un tema ancora opaco, rimosso, e quando emergono le testimonianze – anche internazionali – il romanzo cambia peso specifico. Diventa denuncia. Diventa memoria attiva.
E proprio la memoria è uno dei nodi più profondi. Per alcune protagoniste è una gabbia, per altre una promessa. Per l’autrice è un dovere. “La memoria è parte del futuro”, dice. E in questa affermazione c’è tutta la responsabilità della scrittura: ricordare per non ripetere, raccontare per restituire dignità.
Ma La malarema non è solo un romanzo sul passato. È una lente feroce sul presente. Castellini non si nasconde: parlare di violenza di genere non basta. Serve educazione, azione, radice. Perché le correnti esistono ancora, forse più sottili, ma non meno pericolose.
Il bisso non è solo un filo. È una promessa. Che anche nell’oscurità più fitta, se glielo permetti, qualcosa può ancora brillare.