“Rock & Cinema. 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic” (Hoepli) è un libro che mancava nonostante decine di enciclopedie e centinaia di opera omnia in costante e continuo aggiornamento, ma spesso senza un vero filo conduttore.
Chi è Daniele Follero
Lo dice chiaramente uno dei suoi autori, Daniele Follero, giornalista musicale e storico del rock, collaboratore di Rockerilla, una delle migliori riviste di informazione e critica musicale in Italia, ma anche autore di numerosi volumi per Hoepli: “L’obiettivo era ambizioso e storico. La dimensione storica ci ha aiutato a organizzare tutto il materiale. Non era mai stato sistematizzato: c’era una bibliografia precedente, ma senza curare la dimensione narrativa che deve raccontare la storia vera — come viene raccontata e cosa non viene raccontato.”
Il risultato è un volume di 342 pagine, illustratissimo, scritto a quattro mani con Franco Dassisti, critico cinematografico e conduttore storico del settimanale di cinema di Radio24. Due voci complementari per un racconto che parte dal 1955 — quando “Il seme della violenza” di Richard Brooks portò per la prima volta un brano rock’n’roll sullo schermo — e arriva ai biopic contemporanei.
“Siamo partiti dall’esigenza di raccontare un percorso e di mettere insieme una materia che prima era solo raffazzonata. Abbiamo solo cercato di mettere ordine e di fare un discorso che fosse continuativo: una ramificazione del rock and roll attraverso le sue illustrazioni cinematografiche.” Spiega Follero che sottolinea come questo genere stia vivendo un momento magico in crescita esponenziale.
Dal film-concerto al videoclip: come è cambiato tutto
Per capire il libro bisogna capire come si è evoluto il rapporto tra rock e cinema nel tempo. Dagli anni Ottanta in poi il film-concerto ha smesso di essere uno strumento promozionale: quella funzione l’ha assorbita prima il videoclip, e più recentemente con i cosiddetti reel. “La musica non potrebbe fare a meno del videoclip: è cambiato il mercato, ogni pezzo della canzone deve diventare un reel.
Il cinema rock è andato di pari passo con questa evoluzione: “Il punto d’oro – dice Follero – resta la stagione tra anni Sessanta e Settanta, quella di “The Last Waltz” di Scorsese, dei grandi festival raccontati in celluloide, quando la potenza creativa del rock aveva raggiunto il suo apice e andare a vedere un film-concerto era un’esperienza collettiva e quasi rituale, lontanissima dallo scrolling solitario di oggi.

Video Killed the radio Star: ma anche il video non sta bene
Con l’arrivo di MTV prima e di Youtube poi, quella funzione documentaria si è dissolta. Il primo video di MTV fu Video Killed the Radio Stars: non sono passati secoli, a distanza di qualche decina d’anni la funzione di MTV che nel frattempo ha creato un’industria e aiutato la musica nella difficile transizione dall’analogico al digitale, dal 45 giri allo streaming, è morta.
Con buona pace della radio, che grazie all’evoluzione del DAB non è mai stata meglio. Uno sviluppo sorprendente: “Con l’avvento di Youtube il film-concerto in quanto documentazione o promozione dell’artista ha perso di senso – dice ancora Daniele Follero – quel che resta è il cinema rock come forma d’arte autonoma, con le sue eccellenze e le sue operazioni puramente commerciali. MTV? Ha fatto tantissimo, è stata importante in una gestione non facile. Ha creato moltissimi artisti e registi che si sono formati con i videoclip e sono poi approdati alla pellicola. Ma il mondo si evolve e non ammette ritardi e nemmeno rimpianti….”
Biopic, grande cinema e operazioni commerciali
Il mercato ha due dimensioni, secondo Follero, e non sempre coincidono. Da una parte ci sono i biopic puramente commerciali — quelli che servono a rilanciare discografie, riconquistare pubblici, vendere antologie rimasterizzate. Dall’altra c’è il grande cinema, che usa la musica
rock come materia per sviluppare una propria poetica. “C’è una bella differenza. La qualità cinematografica non è scontata e non è per tutti. E poi la pellicola non necessariamente deve essere artistica, può anche essere grezza, se vogliamo persino volgari. Devono rispecchiare la realtà che raccontano. The Dirt, il film sui Motley Crüe è straordinariamente vivace ed efficace.
L’Elvis di Baz Luhrmann è invece l’esempio virtuoso: il film è un capolavoro in cui un regista di qualità assoluta riesce a liberarsi dal peso ingombrante del personaggio storico per costruire una visione propria, restituendo a Elvis Presley una dimensione quasi rivoluzionaria che la storia ufficiale aveva sepolto”.
Le differenza tra i vari Biopic musicale
Il genere funziona, gli esempi sono tantissimi: “Bohemian Rhapsody”, apprezzato soprattutto per la somiglianza dei personaggi agli originali forse è più un gioco di similitudine che un’operazione artistica. Ma film come “Control” su Ian Curtis e i suoi Joy Division, con la lancinante personalità del loro cantante, morto suicida giovanissimo, o “Last Days” di Gus Van Sant dimostrano che il confine tra biopic e grande cinema esiste, ed è riconoscibile”.
Il trend dei biopic non accenna a rallentare — anzi, siamo in piena “superproduzione”, come la definisce Follero — ma la qualità cinematografica non è garantita dalla popolarità del soggetto.
C’è però un aspetto positivo anche nei biopic più commerciali, e Follero lo individua con precisione: “Si tratta della capacità di avvicinare le nuove generazioni a un patrimonio musicale che rischierebbero altrimenti di non conoscere. Il biopic, con un linguaggio molto più vicino ai più giovani, riesce a trasmettere dei valori musicali che si sono un po’ persi. Un ruolo pedagogico inaspettato, che non riscatta le operazioni più deboli ma ne giustifica in parte l’esistenza”.
Un libro intergenerazionale
“La storia dello stretto rapporto tra rock e cinema è connotata da una forte componente intergenerazionale – conclude Follero – ciascuno di noi è cresciuto con i suoi film rock.”
È questa forse la chiave più interessante del volume: “Non è un’enciclopedia fredda e puramente nozionistica, ma un racconto che cambia colore a seconda di chi lo legge. Chi ha vent’anni e chi ne ha cinquanta vi troverà riferimenti diversi, memorie diverse, epifanie diverse”.
Il libro è strutturato in otto capitoli leggibili anche senza seguire l’ordine cronologico previsto dalla copertina, con una bella prefazione dei Manetti Bros. e una playlist di cinquanta canzoni-simbolo accessibile via QR code. Un oggetto editoriale curato, con un corredo fotografico di rara generosità per una pubblicazione musicale. Immergersi in settant’anni di storie rock in celluloide, come dice il co-autore Franco Dassisti, “è stato un viaggio emozionante. Per capire come, anche oggi, il cinema e il rock abbiano trovato uno spazio privilegiato e comune dove dialogare e fondersi.”
“Rock & Cinema” (Hoepli, 342 pagine, 34,90 euro) è disponibile in libreria e negli store digitali.