Roma – Diciamolo subito: le dimissioni di Stefano Gabbana dalla presidenza di Dolce & Gabbana – rese note dall’agenzia di stampa Bloomberg giovedì notte – riguardano la governance e non la creatività, che resta nelle mani dei fondatori. “Non avranno alcun impatto sulle attività creative svolte da Stefano Gabbana per conto del gruppo”, ha detto l’azienda ieri in un comunicato. Il cambio di ruolo, effettivo da dicembre, non era stato reso pubblico.

Nelle ultime sfilate si era commentata la decisione, perlomeno originale, del trasferimento di Stefano Gabbana a Dubai. Non si sapeva che dal primo gennaio, il ruolo di Presidente è assunto da Alfonso Dolce, fratello di Domenico e già amministratore delegato. Si parla anche della nomina di Stefano Cantino, ex Ceo di Gucci, in una posizione dirigenziale di rilievo.
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La struttura societaria quindi cambia, modificando le modalità decisionali, ma la situazione economica che porta a questa svolta era già in movimento da tempo. A marzo Bloomberg segnalava trattative con i finanziatori, complicate dalla debolezza della domanda globale nel settore lusso: Dolce & Gabbana presenta circa 450 milioni di debito bancario, con ipotesi di iniezione di capitale fino a 150 milioni di euro. L’azienda, però, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle trattative ancora in corso. Si vocifera anche di disinvestimenti immobiliari e rinnovo delle licenze per rafforzare la liquidità.

Stefano Gabbana starebbe valutando alternative riguardo la propria partecipazione, stimata al 40 per cento, quota paritaria a quella di Domenico Dolce; la restante percentuale è ripartita tra i fratelli Dolce: Alfonso, Domenico e Dorotea. Il fulcro resta il bilancio: nel report di marzo 2024, Dolce & Gabbana Holding ha registrato ricavi in aumento del 17%, sfiorando 1,87 miliardi di euro, ma con una perdita operativa salita a 13 milioni, legata all’espansione del retail e del beauty, ora gestito internamente.

L’aumento dei costi coincide con un rallentamento del mercato del lusso. Nel 2024 Alfonso Dolce aveva manifestato apertura a nuovi investitori, valutando sia una quotazione sia l’ingresso di un socio di minoranza: autonomia sì, ma con sacrifici crescenti. Nel 2025 Dolce & Gabbana ha ricevuto ulteriori finanziamenti: 150 milioni per espandere i settori beauty e property, seguiti da 100 milioni guidati da Intesa Sanpaolo e un pool di banche, destinati a moda, bellezza e casa.

Il gruppo ha continuato l’espansione oltre il fashion con progetti immobiliari negli Stati Uniti, in Spagna e un’iniziativa alberghiera alle Maldive. Questa strategia, tipica delle maison mature, mira a trasformare un brand in un ecosistema che però richiede grandi risorse. Il marchio ha sempre difeso la propria indipendenza, istituendo un trust per garantire la continuità e respingendo offerte di acquisizione. I fondatori, pur separati nella vita privata, hanno mantenuto la collaborazione dal 1985.
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Un nodo cruciale è la successione: non ci sono eredi diretti, e questo pesa sulla percezione di banche e investitori. C’è poi la grande ferita cinese, che non basta a spiegare il presente ma aiuta a capirlo. Nel novembre 2018, una campagna pubblicitaria accusata di essere offensiva verso la cultura cinese, in cui una donna tentava di mangiare piatti italiani con le bacchette, scatenò un’ondata di critiche, aggravate dalle polemiche tra Gabbana e i detrattori dell’azienda. Scoppiò una rivolta: la sfilata di Shanghai fu cancellata. Le piattaforme di commercio online tolsero i prodotti. I fondatori pubblicarono un video di scuse alla Cina. L’anno dopo il gruppo vedeva un calo nelle vendite cinesi e che l’area Asia e Pacifico era scesa dal 25 al 22% del fatturato. Nel 2024 Alfonso Dolce indicava ormai Stati Uniti e Canada al 28 per cento del giro d’affari, contro il 16 della Cina: un riequilibrio nato da uno scandalo reputazionale che ha tolto al marchio parte del suo ossigeno orientale.

Eppure, la vera misura della vertigine non è il debito. È il corpo dell’azienda. Dolce & Gabbana è una piccola città. Conta oltre 6.172 dipendenti secondo il portale ‘careers’ del gruppo, 400 boutique nel mondo e funzioni che vanno dal design alla sartoria, dal marketing alla logistica, dalle vendite al corporate. Se allarghiamo lo sguardo all’indotto, la cifra diventa quasi un romanzo corale: decine di migliaia di persone orbitano attorno al marchio, artigiani, fornitori, laboratori: una costellazione di persone che vivono di un’estetica e potrebbero soffrire – soffrire davvero – per un bilancio.