Elvira Mujčić: “A Gaza un genocidio più grave che nella mia Srebrenica, viene esibito e riguarda tutta l’umanità”

Elvira Mujčić fuggì da Srebrenica a dodici anni, nel 1992, con la madre, la nonna e i due fratelli; il padre rimase nella cittadina bosniaca e lì fu ucciso dalle milizie serbo-bosniache nei giorni del genocidio. In Italia dal ’94, Elvira Mujčić ha scritto un romanzo, nel suo perfetto e raffinato italiano, che racconta il tramonto della Jugoslavia, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Un crepuscolo che fu politico, istituzionale e anche emotivo, appena prima che la guerra dilaniasse il paese. La stagione che non c’era (Guanda) è l’esplorazione più curiosa che nostalgica di un mondo appena sfiorato dalla futura scrittrice.

Un murale dipinto sulle pareti della pista da bob costruita a Sarajevo per le Olimpiadi invernali del 1984. Nel 1992 cominciò l’assedio della città

Elvira, perché raccontare la Jugoslavia al suo crepuscolo?

“Mi incuriosiva l’idea di raccontare un momento che raramente è stato trattato dal giornalismo e dalla narrativa, che si sono concentrati sugli anni della guerra, dal 1991 in avanti. E poi in occidente la Jugoslavia è un paese che è stato bollato come un fallimento. Quando sono arrivata in Italia, a 14 anni, tanti mi chiedevano se pensassi anch’io che Tito ci aveva tenuti al guinzaglio per decenni, per poi farci tornare, alla sua morte, a fare quello che di solito facciamo, cioè ucciderci fra di noi. Questa lettura, oltre a essere offensiva, fa capire che idea si avesse, in quel momento, della Jugoslavia. Ancora oggi pochi riflettono sul fatto che Tito è morto nel 1980 e che la Jugoslavia ha cessato di esistere solo nel 1991”.

Che anni sono stati quelli?

“È proprio quello che mi interessava indagare. I miei familiari erano persone convinte del progetto jugoslavo di unione e fratellanza fra popoli, di uguaglianza fra le persone, e mi sono chiesta se fossero stati del tutto miopi o se davvero ci fosse stato qualcosa di reale nella loro visione. Ho cominciato così la mia esplorazione e la costruzione dei miei personaggi”.

Accanto a Merima, che crede fino all’ultimo nella possibilità di tenere unita la Jugoslavia, c’è il suo amico Nene, più disincantato, e poi c’è un’imprevedibile bambina…

“Volevo che la storia fosse raccontata sì da chi credeva al progetto jugoslavo, quindi da una giovane donna cresciuta nel partito, ma anche da una bambina che cerca di smascherare il mondo degli adulti e vede le cose in un modo tutto suo. Poi mi è capitato di tradurre un libro di uno scrittore che è stato anche un pittore nella Sarajevo degli anni ’60 e ’70 – Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve (Bottega Errante) di Semezdin Mehmedinović – e così ho pensare che un artista, nel romanzo è Nene, potesse offrire uno sguardo di ampio respiro sulla storia, perché l’artista ha spesso uno spirito critico e di ribellione alle autorità”.

Un murale dipinto sulle pareti della pista da bob costruita a Sarajevo per le Olimpiadi invernali del 1984. Nel 1992 cominciò l’assedio della città

Alla fine ha trovato una risposta su quanto fosse fondata la fiducia dei suoi genitori nel progetto ugualitario e antinazionalistico della Jugoslavia?

“Ho capito che era un mondo sfaccettato, a dispetto della narrazione ufficiale che ci voleva tutti jugoslavi in pieno spirito di fratellanza. Ma per quanto non tutti credessero alla Jugoslavia socialista, c’era una fetta importante di popolazione che si riconosceva in certi valori e che si è sentita tradita. Merima, nel romanzo, quando si accorge che la Jugoslavia si sta dissolvendo, strappa la tessera del partito. Il suo è uno stato d’animo che ho ritrovato in tante persone che ho interpellato in Bosnia mentre scrivevo il libro”.

E il suo bilancio personale, sul punto, qual è?

“Sono contenta di aver avuto la conferma che molte persone, anche sull’orlo della guerra, erano ancora per la pace e volevano salvare la Jugoslavia. Insomma, ho ritrovato un seme di senso in quelli che sono stati gli insegnamenti della mia infanzia e della mia prima giovinezza. La frase di Ivo Andrić che ho messo in esergo riassume bene quello che mi pare di avere capito; dice così: “Tra la paura che qualcosa accada e la speranza che infine non avvenga c’è molto più spazio di quanto si possa credere. In quella fessura angusta, dura, spoglia e oscura molti di noi ci passano la vita”. Voglio dire che in quella fessura di possibilità, di speranza, anche di utopia, molte persone ci hanno speso la loro vita. A libro finito, mi dico che è stato importante andare a salvare quello di buono che in quella storia c’era, perché se noi non salviamo mai niente di quello che ci ha preceduto, rischiamo di pensare che non c’è più nessun immaginario politico cui appellarci in tempi durissimi come anche quelli che stiamo vivendo”.

Esiste una jugo-nostalgia?

“L’anno scorso a Spalato c’è stato un concerto di un gruppo rock famosissimo al tempo della Jugoslavia – si chiama Bijelo Dugme. Davanti a 20-30mila persone ha cantato un brano che è un’invocazione alla Jugoslavia. In Croazia se ne è parlato per settimane, perché lì guai a nominare la Jugoslavia. Nel pubblico c’erano tanti sessanta-settantenni che la Jugoslavia l’hanno conosciuta e ne provano probabilmente nostaglia, ma anche tante persone più giovani che forse hanno nostalgia di certi valori legati a quel paese. La Jugoslavia, in quanto paese socialista, è stata ripudiata e così è stato dimenticato anche il progetto che ha tentato di portare avanti”.

In che modo la storia raccontata nel suo romanzo dialoga con l’attualità?

“Per scrivere il romanzo ho letto i giornali, ascoltato i notiziari radio e tv del tempo, e lì ho trovato qualcosa che risuona in modo inquietante con quello che accade oggi. Ho messo nel libro il discorso dell’ultimo premier jugoslavo, quando restituisce il suo mandato perché non vuole approvare il bilancio, nel quale è previsto un forte aumento delle spese militari: “Io sono un uomo di pace“, dice, “e non voglio, non posso approvare questa cosa”. Mentre Ante Marković diceva così, nella realtà, al parlamento europeo, si votava per il riarmo sostenendo che la pace va costruita preparando la guerra… Ma penso anche agli Stati Uniti e alla spaccatura fra centri urbani e campagna, a Trump che trova consensi e voti in persone ai margini della società, persone che lui non ha mai considerato. Qualcosa di simile accadde in Jugoslavia con l’eplosione dei nazionalismi. Oggi le cose mi sembrano anche più inquietanti, perché all’epoca della fine della Jugoslavia era appena caduto il muro di Berlino e si sperava in un futuro di maggiore benessere e libertà, mentre oggi si fatica a immaginare qualcosa d’altro, una svolta nella storia”.

A Srebrenica ci fu un genocidio, che effetto le fanno le notizie sulla Striscia di Gaza?

“Credo che la vicenda di Gaza cadrà sulla testa di tutta l’umanità perché mentre a Srebrenica i protagonisti del genocidio hanno tentato di negare e di occultare i fatti, tanto che mancano ancora i corpi di una parte delle vittime, a Gaza ogni cosa viene raccontata, sbandierata, quasi considerata ovvia e necessaria. Tutto avviene sotto i nostri occhi. Chiamare quello si sta facendo “finire il lavoro“, come ha fatto Trump, è qualcosa che alla fine ci seppellirà come essere umani”.