C’era una volta la prima serata che cominciava alle 20.40, massimo 20.45. Era l’epoca in cui dopo il Tg partiva il varietà, lo sceneggiato o il grande show del sabato sera e alle 23.00 si era già verso la chiusura e tutti pronti per andare a nanna. Non serve arrivare lontano al Carosello, basta tornare indietro di qualche decennio. Oggi, invece, la cosiddetta “prima serata” prende il via intorno alle 21.30, quando va bene (ovvero raramente), e sempre più spesso uno show, una fiction o un programma tv si allunga fino oltre mezzanotte. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il pubblico è stanco, i social sono pieni di lamentele e la sensazione più diffusa negli ultimi mesi è che qualcosa nel rapporto tra la televisione generalista e gli spettatori si sia incrinato. Ma è una cosa casuale o voluta?
Ebbene, si tratta di una scelta editoriale ben precisa da parte delle aziende, che ha davvero molto senso anche se a chi guarda da casa così non sembra – o non è d’accordo. L’access prime time è infatti diventato il vero terreno di battaglia delle reti, con buona pace della prima serata. È quella la fascia che fa la differenza quando si tratta di ascolti, di attenzione del pubblico, di pubblicità…in definitiva: di soldi.
Quando la prima serata in tv iniziava davvero “prima”

Negli anni Ottanta e Novanta il prime time – ovvero la prima serata – era un appuntamento quasi rituale. Dopo il telegiornale c’era bisogno di qualcosa di più leggero e allora programmi come Fantastico, Il processo del lunedì, La ruota della fortuna di Mike Bongiorno nelle sue varie collocazioni, o anche le grandi fiction Rai, entravano subito nel vivo. Anche quando c’erano show più lunghi l’avvio era comunque anticipato rispetto a oggi. L’idea era quella di intercettare il pubblico familiare prima che la serata scivolasse troppo avanti, di “accalappiarlo” mentre era ancora a cena e incollarlo davanti alla tv per tutta la sera.
L’access prime time esisteva già, ovviamente. Drive In prima e Striscia la notizia poi hanno dimostrato quanto fosse strategica quella mezz’ora abbondante tra il Tg e il programma di punta. Ma restava una fascia di transizione e accompagnamento, una sorta di trampolino per la prima serata che era il vero centro dell’attenzione del pubblico generalista.
Oggi la situazione è diversa. Affari Tuoi su Rai 1 e La Ruota della Fortuna (di Gerry Scotti stavolta) su Canale 5 non sono solo programmi di raccordo, ma vere e proprie macchine da share che spesso superano i cinque milioni di spettatori e consolidano la leadership della rete già prima delle 21.30. E così la tentazione di allungare e puntare sempre di più su di esse diventa forte.
Il preserale come motore economico della tv italiana

La questione non è solo editoriale, è anche e soprattutto economica. Il preserale è una fascia ad altissima redditività pubblicitaria. Ha un pubblico ampio, trasversale, ancora sveglio e attento, con una forte componente familiare. Tutti gli ingredienti che servono per il marketing televisivo. Allungare di dieci o quindici minuti significa quindi inserire ulteriori break pubblicitari in una fascia molto appetibile per gli investitori. Ed è inutile che mettiamo la testa sotto la sabbia: non è la qualità a muovere la tv (di tutto il mondo, non solo italiana) ma i soldi.
In un mercato sempre più frammentato, con lo streaming che erode quote di pubblico e la concorrenza moltiplicata da piattaforme e canali tematici, la televisione generalista difende ciò che funziona. E oggi funziona l’access. Funziona perché è abitudine, perché è rassicurante, perché è quotidiano e perché intrattiene senza chiedere chissà quale sforzo.
Il problema è che questo meccanismo spinge inevitabilmente in avanti la prima serata. Se Affari Tuoi finisce alle 21.25 o 21.30 e parte un blocco pubblicitario consistente, il programma di punta inizia quando una parte del pubblico ha già guardato l’orologio con un certo fastidio. Ed è proprio su questo che la Rai ha fatto un piccolo passo indietro nel suo testa a testa con Mediaset nei mesi appena dopo l’estate: se La Ruota della Fortuna può permettersi di “sforare” ancora di più, le fiction di Rai 1 (super seguite) hanno bisogno di anticipare l’inizio.
Il pubblico protesta, ma resta: la prima serata in tv non è un flop completo
Sui social il malcontento è evidente. Ogni

volta che un talent, un reality o una fiction comincia “in ritardo” sulla tabella di marcia, si moltiplicano subito i commenti indignati. “Impossibile seguire tutto”, “Domani si lavora”, “Così perdete spettatori”. E soprattutto: “Lo guardo su RaiPlay”. Eppure gli ascolti, almeno nella prima parte della serata, reggono. Certo, la piattaforma streaming della Rai è ottima per guardare o riguardare ciò che non si è riusciti a vedere in diretta, ma gli ascolti parlano chiaro e non c’è una perdita consistente nella prima serata tv. Come è possibile, quindi?
La verità è che la televisione ha imparato a ragionare sui picchi. Non conta solo il dato medio quando si parla di share, ma anche il traino iniziale, la curva minuto per minuto, la capacità di trattenere il pubblico fino a una certa soglia. Se il programma parte forte e garantisce un buon 20 o 25 per cento di share fino alle 23.30, l’obiettivo commerciale è centrato.
Si accetta pertanto che una parte di spettatori abbandoni prima della fine i programmi del serale. Anche perché, va detto, il consumo è cambiato. Chi perde l’ultimo blocco può recuperare sulle piattaforme delle reti principali, come appunto RaiPlay o Mediaset Infinity. Insomma: la diretta non è più l’unica modalità.
Le maratone in tv: una piaga che funziona
C’è poi un altro aspetto. I programmi di oggi sono strutturalmente più lunghi rispetto al passato. I talent show come Amici o The Voice, i reality come il Grande Fratello, ma anche molte serate evento e show musicali, sono costruiti come maratone televisive fatte di eliminazioni, ospiti, clip, commenti, pubblicità. Ridurre la durata significherebbe comprimere il racconto e se abbiamo imparato qualcosa dal Sanremo 2025 di Carlo Conti è che la velocità non sempre premia.
Il punto è: questo modello è ancora sostenibile nel 2026, in un Paese che invecchia e in cui la sveglia suona presto per molti? Il rischio è che la prima serata diventi un prodotto sempre più orientato a un pubblico selezionato, disposto a fare le ore piccole, mentre una fetta più ampia si rifugia nello streaming on demand.