Europa rischia di divenire una ghiacciaia. Dalla Siberia, freddo siderale. Scandinavia sotto i -40°C

Freddo invernale in aumento.

Diciamolo subito, senza troppi giri di parole: quello che stiamo osservando nelle ultime emissioni del modello matematico americano GFS-NCEP ha il sapore di un passato che credevamo un po’ sbiadito. Non siamo di fronte a scene da film catastrofico e nemmeno a quell’evento epocale che capita una volta ogni secolo, ma l’evoluzione prevista per la seconda decade di Gennaio 2026 ci restituisce una dinamicità atmosferica che, fino a 12 o 15 anni fa, avremmo etichettato come la normale amministrazione di una stagione fredda. Oggi, abituati a inverni spesso latitanti o scialbi, queste carte fanno notizia.

Siamo nel cuore dell’inverno e l’atmosfera sembra voler mettere le cose in chiaro. C’è movimento, c’è interazione tra le grandi figure bariche e, soprattutto, c’è il ritorno di protagonisti che mancavano da un po’ sui nostri teleschermi mentali: l’Anticiclone Russo-Siberiano e le correnti artiche continentali.

 

Meteo Gennaio 2026: l’inverno alza la voce, ma il Pianeta continua a scaldarsi

Questo inverno si farà ricordare, inutile girarci intorno. Siamo nel pieno di un’epoca segnata dal Global Warming e questo episodio di freddo – che in Italia si traduce in gelo vero e proprio quasi esclusivamente al Nord – non dimostra affatto che il Riscaldamento Globale sia finito, né tantomeno che stiano per tornare i “tempi andati”. Si tratta, piuttosto, di una normale, fisiologica fluttuazione del tempo atmosferico, inserita però all’interno di un quadro climatico globale sempre più caldo.

Il nostro Pianeta continua letteralmente a bollire. È sufficiente osservare una mappa delle anomalie termiche mondiali per renderci conto che, stavolta, siamo noi a trovarci – quasi per caso – nel ramo delle correnti fredde, mentre altrove i termometri schizzano verso l’alto. Fatta questa doverosa premessa, per evitare facili entusiasmi o catastrofismi ingiustificati, andiamo a vedere cosa ci dicono le mappe del modello americano GFS-NCEP per questa seconda decade di Gennaio 2026.

 

La sinottica europea: un blocco granitico a Est

Osservando l’impianto barico su scala continentale, salta all’occhio una configurazione che gli appassionati di meteorologia chiamano “blocco”. Sulla Scandinavia e sulla Russia europea si sta costruendo, o meglio consolidando, un campo di alta pressione termica davvero imponente. Non è una figura statica, anzi. È un vero e proprio muro che costringe le correnti atlantiche a deviare, bloccando il flusso zonale mite che spesso domina i nostri inverni.

L’aria fredda, quella vera, pesante e densa, sta sedimentando sulle vaste pianure dell’Est Europa. Le temperature minime rilevate in queste ore tra Finlandia, Svezia e Norvegia settentrionale sono eloquenti, con valori che precipitano ben oltre i -30°C e punte che sfiorano i -40°C. È lì, in quel serbatoio gelido, che si gioca la partita. E la novità, rispetto agli ultimi anni, è che questo freddo non sembra voler restare confinato lassù.

L’alta pressione tende a espandersi verso ovest, in moto retrogrado. È una manovra delicata, spesso smentita dai modelli a poche ore dall’evento, ma questa volta i segnali sono reiterati. L’anticiclone spinge, il Vortice Polare vacilla sotto i colpi di un possibile Stratwarming (il riscaldamento improvviso della stratosfera) e l’aria gelida inizia a scivolare lungo il bordo orientale e meridionale dell’alta pressione, puntando dritta verso l’Europa Centrale e i Balcani.

 

L’Italia nel mirino: contrasti e instabilità

Arriviamo a noi, alla nostra penisola stesa nel Mediterraneo. Cosa succede quando una massa d’aria di estrazione artico-continentale, secca e gelida, impatta contro le acque ancora relativamente tiepide dei nostri mari? Succede che l’atmosfera si destabilizza violentemente. Non è solo questione di freddo, è questione di energia.

A partire dal 9-10 Gennaio 2026, e con maggiore incisività nei giorni successivi fino a metà mese, l’Italia sembra destinata a diventare terra di scontro. L’aria fredda valica le Alpi o entra dalla porta della Bora, scavando minimi di bassa pressione proprio sui nostri mari. È la genesi dell’instabilità invernale per eccellenza.

Il Nord Italia, in particolare la Val Padana, potrebbe trovarsi a fare i conti con quel “cuscinetto” freddo che un tempo era la norma. Le temperature, specialmente nei valori minimi e in quota a 850 hPa (circa 1500 metri di altezza), crollano. Si va decisamente sotto la media stagionale, creando le condizioni per giornate di ghiaccio o comunque molto rigide. Qui, se le precipitazioni dovessero arrivare nel momento giusto, la neve potrebbe fare la sua comparsa fino al piano, anche se la previsione degli accumuli, a questa distanza temporale, è un azzardo che preferiamo non correre.

 

Il rebus della neve

Per il Centro Italia e il Sud Italia, il discorso si fa ancora più interessante e complesso. Qui l’interazione con il mare è determinante. L’ingresso dell’aria fredda in quota innesca moti convettivi importanti. Si formano nubi imponenti, rovesci e temporali.

Ed è qui che bisogna fare attenzione ai dettagli, senza lasciarsi ingannare dalla semplice lettura dell’isoterma a 0°C. Durante i fenomeni più intensi, l’aria fredda presente negli strati superiori dell’atmosfera viene trascinata violentemente verso il basso dalle precipitazioni. Questo significa che la neve può fare la sua comparsa a quote ben inferiori rispetto allo Zero Termico teorico.

Potremmo assistere a nevicate coreografiche a quote collinari, o addirittura più in basso durante i rovesci più forti. Non escludiamo fenomeni come la gragnola (o neve tonda) che spesso accompagna l’aria instabile di origine polare, o episodi di nevischio misto a pioggia anche lungo le coste adriatiche, le più esposte a questo tipo di circolazione. Le mappe del modello GFS mostrano a più riprese macchie di precipitazioni nevose lungo l’Appennino e sui rilievi delle Isole Maggiori, segno che l’energia in gioco è tanta.

 

La variabile temporale e l’Amplificazione Artica

Bisogna però essere onesti e trasparenti: stiamo guardando proiezioni che si spingono fino alla terza decade di Gennaio. In meteorologia, e specialmente quando si ha a che fare con moti retrogradi (ovvero masse d’aria che si muovono da est verso ovest, “contromano” rispetto al flusso normale), l’affidabilità della previsione cala drasticamente dopo il settimo giorno.

Quella che vediamo oggi come una massiccia irruzione fredda per il 15-20 Gennaio potrebbe subire ritrattazioni, spostamenti verso est (Grecia e Turchia) o verso ovest (Spagna). Tuttavia, il segnale di fondo rimane coerente: l’Amplificazione Artica sta lavorando ai fianchi il flusso zonale, rendendolo ondulato e permettendo questi scambi meridiani. Il freddo scende, il caldo sale.

Se lo Stratwarming dovesse realizzarsi pienamente, con una rottura o un bilobamento del Vortice Polare, le conseguenze in troposfera potrebbero essere ancora più drastiche e durature di quanto mostrato ora dalle mappe, bloccando la circolazione per settimane. Ma questa, per ora, è un’ipotesi, non una certezza.

 

Venti forti e mari in burrasca

Un altro aspetto che non va sottovalutato, e che emerge chiaramente dall’analisi dei gradienti di pressione, è il vento. L’avvicinamento dell’alta pressione da ovest e la contemporanea presenza di basse pressioni sul Mediterraneo creeranno un “canale” dove i venti soffieranno impetuosi.

Ci aspettiamo raffiche di burrasca, specialmente di Maestrale e Tramontana, che spazzeranno il Tirreno, lo Ionio e il Canale di Sicilia. Questo accentuerà notevolmente la sensazione di freddo (effetto wind chill). Anche se il termometro segnerà 2 o 3 gradi sopra lo zero, il corpo ne percepirà molti meno. È il volto crudo dell’inverno mediterraneo.

 

Uno sguardo oltre la siepe

Analizzando l’evoluzione successiva, verso il 22-24 Gennaio, il modello GFS suggerisce che il blocco anticiclonico russo potrebbe tentare una fusione con l’alta pressione azzorriana o scandinava, creando un “ponte” (Ponte di Voeikovi, per i più tecnici) che chiuderebbe definitivamente la porta all’Atlantico.

Se questo scenario dovesse concretizzarsi, l’Europa si trasformerebbe in una ghiacciaia, con un continuo afflusso di aria pellicolare dai quadranti orientali. Per l’Italia significherebbe entrare in una fase di inverno crudo, secco al Nord e nevoso sulle coste esposte del Centro-Sud.

Tuttavia, la cautela è d’obbligo. Le depressioni atlantiche sono sempre in agguato e basta una piccola variazione nell’asse dell’anticiclone per cambiare le sorti di mezza Europa. Quello che è certo, però, è che il “Non-Inverno” degli ultimi anni sembra aver lasciato spazio a qualcosa di diverso. C’è dinamismo, c’è freddo, c’è la possibilità di neve.

In sintesi, non stiamo gridando al gelo storico del 1985 o del 1956. Stiamo semplicemente descrivendo un inverno che fa il suo mestiere, con le sue pause e le sue accelerazioni. Una normalità che, paradossalmente, oggi ci appare straordinaria. Prepariamo cappotti e sciarpe, perché indipendentemente dai centimetri di neve che cadranno, l’aria che respireremo nei prossimi giorni avrà quel profumo pungente e inconfondibile che arriva dritto dal cuore del continente.

 

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