Cuore, fegato e sofferenza. La formula di “Non ho paura di niente”, l’album che Fabrizio Moro presenta nello studio di Soundcheck – il format musicale disponibile sul sito web e i social del nostro giornale – non prescinde da questi tre elementi.
Lui se ne dice convinto, sottolineando con malcelato orgoglio il fatto di essere andato contro corrente, senza farsi dettare i tempi dalle regole del mercato. Nell’attesa di mettere in strada il 2 maggio a Roma un nuovo tour atteso pure a Senigallia il 24 ottobre, Milano il 28, Firenze il 6 novembre e Bologna il 7, il cantautore di San Basilio, all’anagrafe Fabrizio Mobrici, racconta questi suoi anni difficili, segnati da “mostri interiori” e una pandemia che gli ha “spezzato l’anima”, ma anche affetti familiari e amicizie come quella con Il Tre, assieme a cui si regala “Prima di domani”.
Quand’è che “Non ho paura di niente” le ha detto: ora ci siamo?
“Quando tra la quarantina di pezzi che hanno fluttuato nell’aria per quattro-cinque anni ho capito quali fossero i nove giusti”.
Il predecessore “Figli di nessuno” è di sei anni fa, anche se in mezzo sono arrivati i due capitoli formato-EP de “La mia voce”
“Tutto materiale concepito nello stesso arco di tempo, quello della pandemia. Visto che non si potevano fare concerti e la musica era ferma, mi sono dedicato ad un’altra mia grande passione, il cinema, scrivendo e dirigendo due lungometraggi, ‘Ghiaccio’ e ‘Martedì e venerdì’. Gli EP sono nati dalle canzoni scritte per accompagnare quelle esperienze”.
Periodo particolare
“Era un momento in cui non riuscivo a pensare alla musica come a qualcosa di bello. Abituato a vivere il live in maniera viscerale, passionale, mi sentivo alle corde”.
Com’è riuscito ad andare oltre e a riappacificarsi con le canzoni?
“Possiamo dire che in quel periodo ho toccato il fondo. E dal fondo si può solo risalire. Certo è che per diverso tempo ho vissuto in un forte stato di negatività, detestando quel che accadeva attorno alla musica e al mio mestiere di cantautore. Piano piano, però, il bisogno e la voglia di cercare un riscatto attraverso le canzoni sono tornati”.
Quali sono i sogni sconfitti da un dio rinnegato di cui parla nella canzone?
“Di sogni ne ho persi diversi. Ma quelli che non ho centrato, mi hanno creato una frustrazione tale da spingermi a cercarne altri, scrivendo cose per me importanti. Credo, infatti, che nel nostro pensiero, nella nostra anima, ci siano due mondi, quello del bene e quello del male. Ancora non ho capito da quale parte stare ed è proprio questa incertezza che racconto in ‘Ghiaccio’, il film del 2022”.
Se per Venditti questo è mondo è di ladri, per lei è di…
“Str**zi, come ricorda il titolo di una delle nuove canzoni. Uno sfogo, dai. Perché le canzoni servono anche a questo. Quando dico non ho paura di niente è proprio perché, in realtà, ho paura di tante cose, ma ho dentro anche un’altra anima che mi stimola a reagire”.
Perché il disco non è uscito in digitale, ma soltanto in fisico
“È uscito in fisico con un codice per poterlo ascoltare pure in digitale. Perché bisogna dare un peso specifico alle cose e penso che, dopo anni di sogni, lavoro e mal di fegato, le canzoni non possano diventare il sogno infranto da un dio rinnegato. Penso che la musica non possa essere regalata”.
Decimo album. Rifarebbe tutto?
“I dischi sì, le esperienze potrei evitarne qualcuna. Essendo cresciuto in un contesto sociale popolare, ho formato una personalità che spesso fatica a tenere a bada l’istinto, la frustrazione e, a volte, perfino la rabbia. Anche se ho avuto la fortuna di essere attorniato da persone di cui potermi fidare”.
“Ghiaccio” parlava di pugili e pugilato, il pugno più grosso che hai preso è stato davvero un primo album rimasto al di sotto delle aspettative?
“No. Anche se, quando uscì, non ero preparato al fallimento musicale. Al momento di pubblicarlo ero proprio convinto che la mia vita sarebbe cambiata. Non avevo ancora capito come vanno le cose. Stessa delusione per i Sanremo mancati, quando speravo di entrare tra i giovani e mi ritrovavo fuori. Mazzate incredibili”.