Siamo a due. La seconda serata della kermesse canora è finita in archivio e, volendo fare una valutazione omogenea di quanto accaduto, possiamo dire che Carlo Conti è riuscito nell’intento annunciato in conferenza stampa. Il Direttore Artistico voleva finire intorno all’una di notte per poi dare la linea al DopoFestival e ce l’ha fatta. Rispettare le tempistiche sembra essere l’unica cosa che conta per questa direzione artistica.
Un uomo solo al comando che arriva in conferenza stampa, dopo un esordio sotto tono, e afferma di essere ugualmente soddisfatto (anche se rispetto all’anno precedente ha perso sette punti di Share, non uno) e per questo non sente il bisogno di cambiare nulla. Infatti, nella seconda serata, non è cambiato niente: co-conduttori diversi per esigenze di copione e scaletta, ma lo sviluppo dello spettacolo è stato il medesimo. Niente intrattenimento, nessun coinvolgimento con la quota comica (Lillo Petrolo e Vincenzo De Lucia) dello show a parte qualche battuta e un balletto accennato per far capire che comunque i cachet elargiti agli artisti sul palco non sono stati un investimento azzardato.
Festival di Sanremo 2026, i voti della seconda serata
Tutto basato sulle canzoni, che sarebbe anche giusto sul piano della resa, ma Sanremo ha bisogno di ogni sfumatura possibile. Si deve parlare di musica, con i pezzi e le esibizioni, senza lasciare da parte l’intrattenimento. Altrimenti diventa tutto troppo piatto e inconsistente. Dare voti, anche per un puro esercizio di commento e analisi, sta diventando accademico perchè Carlo Conti – volutamente, questa per lui è una rivoluzione televisiva – preferisce un Festival integralista dove anche il minimo fuoriprogramma o la minima variazione sul protocollo diventa un onere.

Un peso da portare che sfocia in responsabilità che il Direttore Artistico non intende più prendersi: ha fatto il suo, organizzando una kermesse, il resto verrà. E se non dovesse arrivare, pazienza: “Tanto devo battere me stesso, quindi son tranquillo”. Niente nuove, buone nuove. Allora diamoli questi voti e il primo “debito”, in termini di resa, se lo becca proprio Carlo Conti: va bene essere essenziali, va bene cercare di mantenere la barra dritta senza stravolgimenti. Quello che va assolutamente evitato è confezionare un Festival di Sanremo in cui trionfi l’indifferenza. Questo non è tollerabile. A maggior ragione, citando l’Eredità che Conti ha condotto per anni, servirebbe una scossa. Fino a questo momento non pervenuta, sotto ogni punto di vista.
Le nuove proposte
Quella appena conclusa è stata la serata delle nuove proposte: i giovani si sono guadagnati l’accesso alla finale dei giovani. Artisti emergenti che cercano di aprirsi la strada nel mondo della musica grazie a Sanremo. In questo anno molto particolare a sfidarsi sono stati Nicolò Filippucci, Blind, El ma&Soniko con Mazzariello e Angelica Bove.
Niccolò Filippucci: Laguna 6,5. Estensione vocale importante per un testo profondo senza eccessive complicazioni emotive. L’amore con le sue sfumature visto dagli occhi giovani e vispi di chi ha tutta la vita davanti.
Blind, Elma&Sonico: Nei Miei DM 5. Canzone orecchiabile, senza troppe pretese. Uno stile molto simile ai The Kolors: la ricerca di determinate sonorità arriva come qualcosa di già sentito. La giovinezza, nel loro caso, è un’opportunità per crescere.
Filippucci arriva in finale per quanto riguarda le nuove proposte, successivamente tocca alla seconda coppia di giovani artisti che si contendono l’ultimo atto del Sanremo Giovani.
Mazzariello: Manifestazione d’amore 6. Max Gazzè con la spensieratezza dei 20 anni. La forza del cantautorato emerge in un testo non particolarmente impegnato ma ben costruito. “Spegni le luci che voglio sparire”, canta il giovane artista. Eppure la strada potrebbe essere quella giusta per nascere artisticamente.
Angelica Bove: Mattone 6,5. “Perdo la pazienza come perdo le occasioni”, una strofa che sembra un editoriale. Un mattone serve a costruire: l’artista ha messo il primo importante tassello nella sua carriera sulle orme di Carmen Consoli. La prima in grado di proporre un determinato timbro vocale: preciso, tagliente e riconoscibile. Proprio come un inciso dritto al cuore.
I big in gara
Angelica Bove incontrerà Niccolò Filippucci nella finale della sezione nuove proposte. Dopo il primo verdetto della kermesse canora tocca ai big in gara. La prima quindicina di artisti comincia con l’esibizione di Patty Pravo.
L’artista acquisisce sempre più consapevolezza: le parole di Giovanni Caccamo sembrano veramente un “vestito” perfetto per una veterana come lei. L’opera più dirompente della manifestazione tra solennità e talento. Voto: 7.
LDA e AKA7: Poesie clandestine conserva il sound esotico, al secondo ascolto somiglia sempre più a un brano dirompente sul piano radiofonico ma poco appetibile a Sanremo. Le “lacrime di sale” sono di chi è costretto a guardare il giubbotto di pelle addosso ad entrambi. Va bene condividere tutto, ma c’è un limite. Voto: 6.
Enrico Nigiotti: Ogni volta che non so volare. Il peso dei ricordi, il tempo e la commozione. Tutto potenzialmente bellissimo, peccato per quella flemma che fa somigliare la resa a una poesia di Natale recitata dal nipote di turno dopo una cena interminabile. Noi siamo già sazi. Voto: 5.
Lamborghini in divieto di sosta, Stella stellina brilla all’Ariston
ANFASS La Spezia: 9. La dimostrazione che l’inclusione sociale è possibile. Anche senza la retorica di Laura Pausini e Carlo Conti. Non esistono artisti speciali: ci sono artisti veri, coloro che si ricordano dell’accessibilità e della condivisione non solo quando le telecamere sono accese. Note a margine: la maglietta rossa con scritto “Io sono come te”, quasi a voler sottintendere che le persone con disabilità siano delle entità astratte rispetto alla collettività è stata una caduta di stile a cui qualcuno dovrebbe porre rimedio. Anche a parole. Quelle che non riusciamo a trovare per giustificare tanti stereotipi privi di fondamento.
Tommaso Paradiso: I Romantici guardano il cielo, ma noi siamo costretti a vedere la stessa performance da due sere di fila. La prossima volta più pathos. Voto: 5,5.
Elettra Lamborghini: Voilà, i legali della Carrà si stanno attivando dopo aver sentito il suo nome invano all’interno di un tormento che non sarà mai tormentone. Voto: 4.
Ermal Meta: potenzialmente Stella Stellina potrebbe avere lo stesso impatto mediatico e musicale che ha avuto Soldi di Mahmood. Dardust ha colpito ancora. Voto: 7,5.
Bambole di Pezza e Levante tra musica e carisma
Levante: il racconto di un amore che nasce tra le sue sorprese e i suoi tormenti. Sei tu somiglia sempre più a una liberazione emotiva. Claudia Lagona non interpreta: vive ogni singola nota e restituisce ciascuna emozione con vocalizzi in grado di toccare il cuore. Voto: 7.
Bambole di Pezza: conservano un carisma particolarmente accattivante. Se abbiamo gridato al miracolo dopo il boom dei Maneskin, possiamo sperare in un avvenire roseo anche in ottica futura. Le band possono fare ancora la differenza. Voto: 6,5.
Chiello: se chiudiamo gli occhi l’impressione di sentire Tananai è concreta, con meno esperienza e carisma. Il ragazzo si farà, ma per il momento servirebbe il tasto pausa. Voto: 4.
Fulminacci a ciel sereno
J-Ax: continua il cortocircuito con gli Articolo 31 mescolato alla crisi di mezza età. Italia Starter Pack è un mix mal riuscito tra Italiano Medio e Spirale Ovale in versione country. Ps. Va bene che deve passare il concetto di solidarietà fra Rai e Mediaset, ma arrivare sul palco vestito come Luca Laurenti nei panni del cowboy ai tempi di Buona Domenica è eccessivo perfino come omaggio. Voto: 5,5.
Nayt: una metrica incalzante dovrebbe scavare nell’intimità di chi si riconosce in ogni strofa, ma Prima Che resta un enigma da decifrare ascolto dopo ascolto. Voto: 6,5.
Fulminacci: una ballad intensa che richiama gli anni ‘80 per sonorità e semantica. Stupida sfortuna entra in testa e non esce più. Voto: 7.
Fedez e Masini: le difficoltà aiutano a crescere e fanno apprezzare ancor di più la vita. Questo afferma “Male Necessario”. Quanto vale, in termini di metabolizzazione, essere sopravvissuti all’ascolto di un simile brano? Più luoghi comuni che originalità. Voto: 4.
Ditonellapiaga outsider
Dargen D’Amico: Ai Ai critica una contemporaneità superficiale con avanguardia musicale e un testo sferzante. Dopo l’abito in stile moquette, tocca alla mantella peruviana. Un mix tra Padre Maronno e il grande capo Estiquaatsi. Voto: 7,5.
Ditonellapiaga: arriva come una scossa elettrica dopo una serata caratterizzata da folate. La giusta conclusione: quanto basta per scuotere la platea e ricordare a tutti che, quest’anno, il ruolo di outsider è suo. Voto: 7.
Se questo è un Festival
Menzione speciale per Achille Lauro e Lillo: due artisti che avrebbero voluto vivere meglio il palco dell’Ariston, ma si sono ritrovati in un frullatore di emozioni e necessità da cui è sembrato impossibile uscire. Carlo Conti li ha chiamati, ma – se escludiamo le due esibizioni canore molto toccanti di Lauro – sembravano essere più due ospiti indesiderati che due presenze illustri.
Appena provavano a costruire qualcosa, che sia una gag o un siparietto, Conti spezzava l’atmosfera per questioni di scaletta. Ne ha fatto le spese anche l’attrice Pilar Fogliati che, a parte la consueta riproposizione dei dialetti romani a seconda delle zone della Capitale, ha veramente fatto poco. Non per sua volontà. Gli ospiti, quest’anno, non trovano spazio (né modo) di esprimersi appieno. Se questo è un uomo si chiedeva Primo Levi. Noi proseguiamo, con tutt’altro spirito e un leggero senso di smarrimento, a chiederci se questo sia davvero un Festival.