C’è un profilo genetico completo sulla scena del delitto di Garlasco. E non è quello di Andrea Sempio. Un dato che, da solo, dovrebbe imporre cautela e che invece continua a essere minimizzato, quando non rimosso del tutto dal racconto pubblico.
Scene, anatomia di un crimine Pt.48
Perché se è vero che l’aplotipo Y rinvenuto sui margini ungueali di Chiara Poggi non è identificativo di un singolo soggetto – ma soltanto di una linea maschile, astrattamente compatibile anche con Sempio – è altrettanto vero che sulla cannuccia dell’Estathé, trovata nella spazzatura della vittima, è stato individuato un profilo genetico completo, appartenente ad Alberto Stasi. Dna batte aplotipo Y. Inizialmente, la difesa del bocconiano aveva indicato proprio la spazzatura come possibile ultimo contatto tra la vittima e il suo assassino. Salvo poi cambiare versione e sostenere che Stasi avrebbe bevuto il tè la sera precedente al delitto, durante una cena con Chiara o comunque in un momento diverso. A questo punto entra in gioco l’unico strumento che nessuna analisi genetica può sostituire: l’investigazione tradizionale.
Era abitudine di Stasi fare colazione con l’Estathé? Quel gesto appartiene alla sera prima o alla mattina dell’omicidio? Non è una domanda marginale, perché la risposta potrebbe circostanziare il suo Dna al momento del delitto. Del resto, Sempio è indagato in concorso con Stasi o con ignoti.
La narrazione mediatica, invece, si muove in direzione opposta. Per sostenere l’ipotesi Sempio, si procede a ritroso, elencando uno a uno gli errori – veri o presunti – dell’inchiesta che ha portato alla condanna di Stasi. Ma la revisione di un processo non funziona così, almeno non quella mediatica. Non è una seconda lettura emotiva degli stessi atti e neppure un referendum sulla “giustezza” di una sentenza. Se anche la Cattaneo dovesse confermare la presenza di un solo soggetto sulla scena, il quadro entrerebbe in una zona di stallo insanabile: senza revisione, il concorso non regge. E senza concorso, l’impianto accusatorio su Sempio non ha ragion d’essere. Resta allora il grande vuoto del movente.
La domanda torna, inevitabile: quale sarebbe il trigger che avrebbe spinto Sempio a uccidere Chiara? L’investigazione tradizionale racconta che tra loro non esisteva alcun legame diretto, se non quello mediato da Marco Poggi. Rapporti superficiali. Nulla che regga il peso di un movente omicida. Tra riletture forzate di vecchie prove, tracce riesumate senza contesto e presenze immaginarie sulla scena del crimine, resta un ultimo dato da ricordare: la Procura di Pavia, guidata dal Dott. Napoleone, continua a tacere. Forse è proprio questo l’unico punto fermo da cui ripartire.