I Paesi del Golfo e l’arma a doppio taglio dell’energia. Chi ci guadagna, chi ci perde e il rischio reazione a catena in Italia ed Europa

Il Qatar cala l’asso energetico. In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Energia di Doha, l ministro dell’energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha avvisato che i Paesi del Golfo potrebbero chiudere i rubinetti. Tradotto in termini pratici: interrompere le forniture energetiche e fare salire i prezzi del petrolio in modo stellare nel giro di poche settimane. Una mossa che mira a mettere sotto pressione in primis gli Stati Uniti e in seconda battuta la maggior parte della comunità internazionale. Dove però c’è chi pagherà le conseguenze meno di altri.

Il grande stop a Hormuz

A regnare sopra le teste di tutti, come una spada di Damocle, c’è l’incognita Hormuz. Da questo stretto transita circa il 20% del petrolio e del gas liquefatto scambiato a livello mondiale e da questo dipendono tutti i grandi esportatori: Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In condizioni normali, lo Stretto è controllato dall’Iran e dall’Oman, in base a un trattato del 1975. Dopo l’attacco congiunto israelo-americano dello scorso 26 febbraio, Teheran ha rivendicato il controllo totale sul passaggio.

Il regime degli ayatollah ha detto che il passaggio delle navi rimane consentito, ma c’è un piccolo particolare: le assicurazioni non accettano di fare transitare le loro imbarcazioni di una zona di guerra. E anche le rotte alternative che si possono trovare potrebbero essere solo temporanee, perché avrebbero costi ampiamente insostenibili. Per fare tornare la situazione nei livelli di norma è dunque necessario che il conflitto cessi al più presto e in modo definitivo.

Scenario di crisi

Uno stop prolungato alle forniture globale avrebbe conseguenze catastrofiche, soprattutto per Paesi come l’Italia, ad alto tasso di importazioni energetiche. Dal punto di vista macroeconomico, ci sarebbe una reazione a catena: aumento dell’inflazione, rallentamento della crescita e maggiore instabilità finanziaria. Molte economie entrerebbero in una situazione di stagflazione, cioè bassa crescita combinata con prezzi in forte aumento.

Fra i destinatari più svantaggiati, c’è l’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda il gas. Con l’invasione dell’Ucraina e il blocco di import dalla Russia l’oro blu proveniente dal Qatar ha acquisito ancora più importanza. Un suo stop potrebbe dare vita a una crisi peggiore di quella del 2022. L’industria energivora, in particolare quella chimica, siderurgica e della produzione di fertilizzanti, sarebbe tra le prime a soffrire. I prezzi dell’elettricità tornerebbero a salire e i governi dovrebbero intervenire con sussidi o misure di emergenza per evitare un impatto sociale e industriale troppo pesante.

Dal Medio all’Estremo Oriente

Ma chi sta messa davvero male è l’Asia. Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud riceverebbero un contraccolpo ancora più forte a causa della domanda energetica maggiore e del minore stoccaggio di riserva. Se poi si conta che in questo quadrante del mondo ci sono molte delle cosiddette economie emergenti, il danno procurato è ancora più incisivo. Paradossalmente, anche i Paesi del Golfo rischiano di venire fortemente penalizzati. Le loro entrate fiscali dipendono in larga parte dalle esportazioni energetiche e un’interruzione delle vendite potrebbe mettere sotto pressione i bilanci pubblici e i grandi piani di investimento.

Trump, l’export e i consumatori

E gli Stati Uniti? Ci guadagnano, ma solo fino a un certo punto e con le elezioni di midterm alla porta questo per Trump dovrebbe essere un particolare da non sottovalutare. Da un lato Washington è oggi uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e il principale esportatore di gas naturale liquefatto. Un aumento dei prezzi renderebbe ancora più redditizie le esportazioni energetiche statunitensi. Dall’altro, però l’aumento dei prezzi dell’energia colpirebbe i consumatori americani, soprattutto attraverso il prezzo della benzina, che rimane un fattore politicamente sensibile.

Dal Brasile alla Russia

Gli unici che sembrano guadagnare davvero da questa situazione sono i produttori energetici fuori dalla regione: Norvegia, Canada e Brasile. Oltre alla Russia della quale, nella penuria di materia energetica in circolazione, potrebbero ricordarsi molti Paesi non allineati alle sanzioni.