Roma, 3 marzo 2026 – Il presidente americano, Donald Trump, ostenta il consueto ottimismo, sull’esercito americano che è il più potente del mondo, ma intanto ha prolungato la lunghezza massima dell’operazione di una settimana, facendola passare da quattro a cinque settimane e ci sono almeno tre fattori per cui si deve augurare che il conflitto si risolva con una vittoria il prima possibile. Iniziamo da quelli squisitamente militari.
L’apparato militare
L’apparato industriale bellico americano è sicuramente il più performante al mondo. Questo però non significa che possa mantenere all’infinito un conflitto ad alta intensità. Anche perché negli ultimi anni il modo di fare la guerra è cambiato e gli stessi Usa hanno preferito prediligere opzioni tecnologiche e asimmetriche, caratterizzate da dominio aereo e precisione chirurgica, non su campagne prolungate di logoramento. Va poi sottolineato che per produrre missili guidati, munizioni a lungo raggio, sistemi di difesa aerea, componenti elettronici avanzati e semiconduttori militari richiedono filiere complesse, spesso globalizzate, con tempi di produzione non comprimibili oltre una certa soglia. Lo stesso presidente Trump è sempre stato restio a concedere il sistema missilistico di difesa Patriot a Zelensky perché questo avrebbe significato lasciare Washington scoperta. A riprova del fatto che le risorse non sono infinite. Questo significa che, se gli Usa non portano a casa il risultato nelle prime quattro settimane, rischiano che si trasformi in una guerra di logoramento dalla quale uscirebbero vittoriosi, ma a un prezzo così alto da allungare ombre pesanti su qualsiasi tono trionfalistico.

La geografia dell’Iran
Il secondo limite è determinato dall’Iran, che è un Paese molto esteso geograficamente, con obiettivi che distano migliaia di chilometri fra di loro e una popolazione di 80 milioni di abitanti. A questo va aggiunto il fatto che si tratta in gran parte di un Paese montuoso, con obiettivi strategici ben nascosti e una presenza di reti paramilitari che li controllano capillare. Tutti aspetti che rendono improbabile un’operazione rapida e definitiva. Inoltre, un’operazione di terra in un contesto del genere equivarrebbe a un suicidio militare. Anche perché la dottrina militare iraniana è stata strutturata negli anni apposta per resistere a un Paese superiore per mezzi tecnologici come Usa o Israele.

L’interconnessione globale
C’è poi il terzo elemento che riguarda il contesto globale. L’epoca dell’unipolarismo è finita da 30 anni. Questo conflitto mette a rischio le rotte energetiche di molte economie. Fra queste c’è certamente la Cina, ma ce ne sono alcune che sono anche stretti partner degli Usa. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha effetti immediati su prezzi dell’energia, inflazione e stabilità finanziaria. E, fino a questo momento, soprattutto da nazioni a capacità militare come Gran Bretagna, Francia e Turchia sono sono arrivate offerte di appoggio, se non logistico, nel caso di Londra. Ma i caccia della Raf restano a terra.
