Il 17enne che preparava la strage e le insidie del web. “Ragazzi troppo esposti. Una legge non basta”

Roma, 31 marzo 2026 – Massacri, esplosioni, cose da lupi mannari. Tanto. Troppo per un diciassettenne che celebrava su Telegram i più celebri mass shooting, dalle moschee di Christchurch agli attentati a Oslo e Utoya. Ecco, Telegram. Che razza di posto è diventato? Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta esperto in educazione e benessere digitale, invita a smettere di considerarlo un semplice strumento.

Cos’è allora?

“Un ambiente chiuso, poco permeabile allo sguardo esterno. È proprio lì che certe idee trovano spazio per crescere indisturbate. Non perché la piattaforma ‘crei’ il problema, ma perché non lo contrasta. In questi contesti l’odio non incontra resistenza. Incontra approvazione. E questo cambia tutto”.

Come avviene il salto dalla curiosità online all’ideologia?

“Non è un salto. È una discesa graduale. All’inizio guardi, per provocazione o per noia. Poi torni. Poi inizi a capire il linguaggio. E lentamente succede qualcosa: smetti di vedere l’orrore e inizi a vedere il senso. Figure come Brenton Tarrant o Andrers Breivik diventano riferimenti, simboli. E per un ragazzo che cerca identità i simboli sono potentissimi”.

Quindi dal linguaggio d’odio si passa all’azione concreta.

“Il linguaggio non è mai neutro. Quando condividi parole e contenuti, ironizzi sulla violenza, stai abbassando la soglia interna. E più quella soglia si abbassa più l’azione diventa pensabile”.

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Giuseppe Lavenia

Il gruppo normalizza la violenza?

“È il punto più critico. Il gruppo è contenitore ma anche acceleratore. Rende l’estremo normale”.

Che rapporto c’è fra disagio personale e ideologia?

“Non è semplice follia. È disagio che non ha trovato spazio, rabbia che non ha trovato parola. L’ideologia arriva dopo. È una struttura che organizza il caos”.

È allarmante l’età. Vent’anni fa sarebbe successo?

“L’età è il vero campanello d’allarme. I ragazzi di oggi non sono peggiori ma più esposti e meno accompagnati”.

Che peso hanno isolamento e marginalità?

“Non spiegano tutto”.

E l’emulazione?

“Moltissimo. Il massacro di Columbine è ancora oggi un riferimento simbolico”.

I segnali che famiglie scuola non vedono?

“Ci sono quasi sempre, ma scomodi e spesso minimizzati perché riconoscerli significherebbe intervenire davvero”.

Basta una legge?

“No, serve ma arriva dopo. Qui occorre prevenzione reale, presenza adulta, formazione. Il ragazzo non è impazzito. È stato costruito nel tempo”.